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Pareto in Toscana

Le discontinuità e i prodromi di un economista sociologo

Alberto Zanni*

Università degli studi di Firenze

Bibliografia

1. Perché Pareto in Toscana? Fatto è che una periodizzazione diventa irrinunciabile quando nella vita intellettuale di uno studioso si riscontrano degli spostamenti di baricentro, delle discontinuità qualitative notevoli. Queste discontinuità sono abbastanza note, ad esempio, per Marshall e per Keynes[1]. E per Pareto? Cos'è che giustifica di parlare di un Pareto in Toscana diverso dal successivo Pareto?

Pareto registra due discontinuità notevoli. La prima (§2) investe il suo pensiero etico-politico, interessa più il sociologo che l'economista ed è quella che giustifica una netta separazione fra tutto il periodo toscano e il periodo successivo a partire soprattutto dal Novecento. Questo argomento mi suggerirà un primo confronto Pareto-Keynes. La seconda discontinuità (§3), l'adesione all'equilibrio di Walras, interessa più l'economista che il sociologo ed è interna allo stesso periodo toscano. Al §3 mi chiedo: perché Pareto aderì a Walras e non a Marshall? Al §4 spiegherò perché l'adesione a Walras costituisca uno strano destino per il precedente Pareto etico-politico. Al §5, infine, accennerò al prezzo pagato da Pareto al proprio modo di guardare ai rapporti fra Economia e sociologia.

Nel seguito chiamerò periodo toscano il periodo 1870-93. Esso comprende il periodo (fiorentino) valdarnese 1870-90 e il periodo (fiorentino) fiesolano 1890-93.

2. Inizio naturalmente dalla grande dicotomia di Pareto, quella fra azioni logiche, comprensive delle azioni economiche ripetitive, e azioni non logiche di pertinenza della sociologia[2]. È noto che per Pareto un'azione è logica se è coerente soggettivamente e oggettivamente rispetto al fine perseguito e che il metro per giudicare della coerenza oggettiva è il sapere degli uomini di scienza[3]. Nel campo dell'Economia gli uomini di scienza sono ovviamente i Pareto. Questa rigorosa condizione oggettiva della logicità viene meno quando l'azione è dominata dalla fede, dal sentimento, dall'ignoranza.

Questo rigore di Pareto pone notevoli difficoltà all'economia teorica[4]. L'economista vorrebbe infatti sapere se esistono azioni che pur essendo non logiche rientrano nei suoi quotidiani interessi, se non come economista puro, almeno come economista applicato o come economista sociologo[5]. È da escludere, ad esempio, che un economista si disinteressi degli effetti inintenzionali della concorrenza solo perché Pareto, in base alle proprie definizioni, li riconduce all'agire non logico (Sociologie, §159).

Ma accantoniamo queste difficoltà e chiediamoci: chi era che negli anni del trasformismo politico italiano[6], gli anni di Pareto in Toscana, agiva con una razionalità fuorviata mirando su bersagli oggettivamente sbagliati? Che compiva insomma azioni non logiche?

Se togliamo gli analfabeti privi del diritto di voto e coloro che il non expedit della Chiesa teneva lontani dalle urne[7], restano quei pochi che per lo più votavano per dei governanti che a detta di Pareto preferivano l'interventismo statale all'iniziativa privata, il privilegio dei monopoli alla libera concorrenza, le guerre coloniali alla pace, il protezionismo al libero scambio, finendo così per danneggiare se stessi.

Per Pareto si trattava di elettori incapaci di antivedere gli effetti ultimi del loro voto, di soggetti per lo più ingannati dalle false promesse e dalle false rappresentazioni della realtà propalate dai pochi avvantaggiati da questo inganno. Le minoranze avvantaggiate erano i partecipanti al pactum sceleris fra politici e borghesia che Pareto chiamava socialismo borghese e che i socialisti - lo notò Croce (1897, p. 98) nel suo primissimo dialogo con Pareto - chiamavano invece tirannia borghese. Pareto non ha ancora affinato il concetto delle azioni che sono non logiche perché prive di coerenza oggettiva[8]. Ma la sua volterriana polemica 1870-93 contro la mala arte con cui veniva estorto il consenso politico (l'amore verso una patria grande per giustificare il colonialismo, la tutela dei connazionali per giustificare il protezionismo,... contiene impliciti i concetti di azione non logica e di derivazione, di falsa rappresentazione della realtà, oltre che la grande fede di Pareto nel ruolo del sapere scientifico[9].

Ma se le azioni non logiche (un genere di azioni non logiche) sono già presenti in Pareto 1870-93, in che senso esse costituiscono una discontinuità nel suo pensiero? Fatto è che con l'aprirsi del nuovo secolo Pareto ritiene di avere acquisito la consapevolezza di essersi in precedenza limitato a una polemica etico-razionalista, troppo basata sulle proprie indimostrabili preferenze e sulla fiducia illuministica che basti dimostrare una verità sul benessere del maggior numero per pretenderne una tempestiva accoglienza. Ritiene insomma di avere sottovalutato che gli uomini sono mossi da sentimenti e ideali diversi oltre che da interessi contrastanti ammantati di teoria. Ritiene soprattutto di avere sottovalutato che le teorizzazioni di chi persegue un proprio interesse personale originano spesso il sentimento illusorio che si tratti invece dell'interesse di tutti o del maggior numero. La maggiore discontinuità nella vita intellettuale di Pareto è dunque un disinganno, un disincanto, un passaggio da una consapevolezza scientifica acerba a una consapevolezza scientifica ritenuta più piena, che percepisce insomma la sostanza sentimentale e i veli ideologici che ammantano la causalità teorica dell'azione umana.

Nella storia della cultura moderna questo revirement di Pareto è così importante da stimolare un confronto con una discontinuità e una costante ravvisabili negli aspetti etico-politici del pensiero di Keynes. È noto da una famosa autocritica (Keynes 1938) che il platonismo razionalista del giovane Keynes, anche nella sua veste probabilistica, mirava a rimuovere le regole di condotta e le convenzioni della società britannica. È noto in particolare che secondo il giovane Keynes uomini dotati delle stesse conoscenze giungono per intuito ad attribuire la stessa probabilità alle conseguenze di una data azione: a che servono le regole di condotta e le convenzioni a uomini di uno stesso ambiente che sanno così districarsi nella vita? Il salto qualitativo notevole di Keynes consiste proprio nell'abbandono di queste posizioni[10].

Superfluo dire, venendo a Pareto, che né prima né dopo aver fatto del sapere scientifico la base oggettiva delle azioni logiche egli ebbe mai motivo di abbandonare una fede etica e scientifica che nel cantabrigense partiva da una repulsione contro le regole di convivenza inglesi per raggiungere le vette del probabilismo oggettivo: la Firenze di Pareto era una città anglofila e anche Pareto ammirava le istituzioni e le regole di convivenza inglesi[11], spesso le sognava anche per l'Italia. Quanto alla probabilità, quando apparve Calcul des probabilités di Bertrand (1889) Pareto non ne fu entusiasta ed espresse il desiderio di scrivere un saggio sulla probabilità[12]; saggio mai apparso ma che tutto lascia supporre sarebbe stato aperto alla "probabilità epistemica"[13] ma non anche al probabilismo oggettivo sposato e poi abbandonato da Keynes[14]. Come si vede, sia Pareto che Keynes presentano un cambiamento negli aspetti etico-politici del loro pensiero. Ma le singole motivazioni sono diverse e sono diversi anche gli effetti di tali cambiamenti sulle loro convinzioni per ciò che concerne il ruolo del social scientist nella società.

In effetti, è dove Keynes mostra una costante che Pareto presenta invece una rottura. Keynes fu un persuasore nato. A tal punto che nel Treatise on Probability (1921, p. 467) sconsigliò di caricare troppi dubbi sulle nostre parole se si vuole che esse vincano la loro battaglia. Anche dopo avere abbandonato la probabilità oggettiva e avere acquisito la consapevolezza dell'importanza delle convenzioni, delle regole, della fiducia (sarà la General Theory, con le sue aspettative, a fissare questa conversione filosofica), non rinunciò mai all'arma della persuasione. Se si vuole, la General Theory (1936) è il più geniale pamphlet scientifico volto a creare un movimento teorico ed emotivo contro il flagello della disoccupazione.

L'epilogo di Pareto è diverso. Agli inizi degli anni '70 egli scriveva che una battaglia si può vincere o con la persuasione o con l'inganno o con la forza, e nel periodo toscano la sua battaglia etico-politica fu sempre improntata ad una grande fede nell'incivilimento umano conseguibile mediante la diffusione del sapere, mediante l'istruzione e la persuasione (vedi Pareto 1872 [1974a, vol. I, p. 37]). Si può quindi dire che il percorso intellettuale di Pareto si differenzia da quello di Keynes soprattutto rispetto alla persuasione. In effetti, all'aprirsi del Novecento, ormai convinto dei modesti risultati ottenibili da una battaglia economico razionalista; deluso dai tradimenti anti-liberali della borghesia italiana e dalla mancanza di un'autentica fede liberale nei movimenti socialisti e labouristi perché dimostratisi (a suo dire) troppo propensi a partecipare alle rendite dei monopoli e a rivendicare libertà per se stessi imponendo vincoli agli altri. Deluso, insomma, da quello che riteneva un compromesso sociale che chiamava plutocratismo demagogico, Pareto voltò pagina passando da un polemismo etico-politico, pratico nell'accezione di Croce, ad una posizione ostentatamente conoscitiva, sociologica asettica, che ricorre all'arma del sarcasmo e dell'irrisione solo in omaggio alla conquistata consapevolezza che gli uomini sono e saranno sempre quel che furono, muteranno solo le razionalizzazioni teoriche del loro comportamento. Un comportamento che, più che da logica, fu e sarà sempre guidato da interessi, da sentimenti, da fedi e idoli vari. Fra le derisioni verso le cose tanto importanti ma sperimentalmente indimostrabili finirono anche quei sentimenti che avevano sorretto il suo liberalismo radicale pacifista e umanitario degli anni toscani. Questo epilogo metodologico aveva certamente anche un risvolto difensivo, intendeva rimuovere la frequente accusa d'incapacità a comprendere scientificamente la società perché neppure lui era - direbbe Dante - «senz'arte né parte». Ma conteneva in se un atto di accusa contro i social scientists incapaci di dismettere i propri valori morali e politici, contro chi non sapeva sdoppiare il proprio Io, come scrisse una volta[15]. E tutto ciò, data la fama conquistata da Pareto nel Novecento, giocò a favore di un indebolimento dei precari presidi liberal democratici dell'Italia a cavallo della prima guerra mondiale[16].

Ho calcato le tinte quasi per il timore di discostarmi troppo da altri visto che taluni parlano addirittura di un Pareto divenuto non solo scettico ma anche personalmente cinico, mentre altri parlano di una fuga nella contemplazione, di una sorta di anacoreta laico che si libera nell'ascesi. Non sono insomma convinto, per toccare solo due punti, che Pareto mancò di rivoluzionare la scienza economica ora a causa della sua scoperta della sociologia, ora a causa, invece, come sostiene l'Einaudi, del suo cupo pessimismo[17].

Quanto alla sociologia, non scorgo qualcosa che assomigli a un improvviso innamoramento, scorgo la coerente attuazione di un convincimento che discendeva da Mill, la maggiore delle passioni giovanili di Pareto in Toscana[18]. Quanto alla sua pessimistica atarassia, condivido Vailati (1903, p. 294) il quale, nel recensire Les systèmes socialistes, trovò molto fuoco sotto la cenere dell'asettico sperimentalismo sbandierato da Pareto. Faccio del resto notare che benché Le mithe vertuiste (1911) appartenga alla fase della sua vita che viene caratterizzata con la fuga nella contemplazione e nel cinico sperimentalismo, esso è un classico pamphlet il quale, col suo italicum acetum, assieme alla pura conoscenza mira anche a persuadere; ha insomma anche uno scopo etico-politico, pratico, oltre che conoscitivo. Aggiungo infine che lo spartiacque scelto da Pareto per separare le azioni logiche dalle non logiche proietta sull'agire umano un pessimismo che talvolta è solo apparente, classificatorio, che contrasta col senso comune[19].

D'altra parte, quali sono gli approdi scientifici di Pareto dopo l'abbandono del suo polemismo etico-politico degli anni toscani? Ve ne sono diversi[20] ma a me pare che il principale approdo si sostanzi in un appello alla modestia rivolto agli illuministi razionalisti: sono i sentimenti e non la logica che spostano le montagne e occorre molto tempo perché la logica agisca a sua volta sui sentimenti e quindi anche sui comportamenti umani[21].

Se questa è la principale discontinuità di Pareto non qualificherei il suo approdo del Novecento con l'atarassia, con la cinica fuga nella contemplazione e simili, bensì con l'acquisita consapevolezza che per vincere una qualsiasi battaglia etico-politica col soccorso anche della logica occorre molto tempo, tutto il tempo richiesto perché il logos secerna il proprio ethos, partorisca il proprio pathos.

La General Theory di Keynes si chiude con un atto di fede: prima o poi sono le idee e non gli interessi che vincono, nel bene o nel male. Pareto non sottovalutò mai gli interessi economici[22] e dopo il 1900 ripeterà che le idee non vincono mai da sole; vincono alla lunga (se vincono) solo se generano sentimenti.

3. Come già premesso (§1), la seconda svolta nel pensiero di Pareto cade nel periodo fiesolano (1890-93). Tale periodo inizia grosso modo quando Pareto abbandona l'industria ritirandosi poco dopo sulla collina di Fiesole dove inizia uno studio intensivo dell'economia teorica; uno studio che fino a quel momento era stato appassionato ma non sistematico e che comunque non era andato oltre Mill, Cairnes e la famosa polemica Thornton-Mill sul fondo salari[23]. Questa seconda svolta si sostanzia nell'adesione all'equilibrio di Walras dopo che Pareto lo ebbe riletto una seconda volta.

La svolta fiesolana di Pareto solleva vari quesiti[24]. Qui di seguito cerco una risposta solo al quesito seguente: visto che la seconda edizione degli Élements di Walras è dell'89 e i Principles di Marshall sono del '90 (due anni cruciali, come si vede), perché Pareto, i cui maggiori interessi riguardavano i bisogni umani inappagati e una produzione efficiente per soddisfarli, decise di tradurre le proprie istanze etico-politiche in termini walrasiani anziché marshalliani?[25]

Che Pareto fosse interessato alle interdipendenze dell'equilibrio walrasiano è indubbio. Ma non mi convince molto - per iniziare una risposta - la sola spiegazione usuale: quello walrasiano è un equilibrio generale, quello marshalliano è un equilibrio parziale, a Pareto interessavano le interdipendenze risultanti da Walras. Il modo di teorizzare di Marshall consiste infatti nel postulare una variazione nella domanda di un solo prodotto in modo che le forze dell'offerta da essa attivate generino una tendenza in tutto il sistema economico verso una posizione di equilibrio generale[26]. Il metodo parziale-generale di Marshall, come preferisco chiamarlo[27], illumina le singole industrie meglio del metodo generale di Walras. Infatti, anche ammettendo che le economie esterne siano catturabili dall'equilibrio generale di Pareto[28], la distinzione fra economie esterne e interne, ancor oggi tanto importante per giudicare dei vantaggi dei vari generi di organizzazione industriale[29], resta una distinzione di Marshall. Ora, se si considera la relativa povertà della teoria walrasiana dell'organizzazione industriale e della produzione; se si considera che vent'anni di dirigenza industriale avevano portato Pareto a dare preminente importanza alla produzione e al governo delle imprese e che questa stessa esperienza lo condurrà ad una sorta di marshallizzazione della teoria di Walras; se si considera, infine, che alla sua prima lettura dei Principles Pareto (1892e, p. 112) ammirò la concretezza di Marshall, il suo rifiuto degli eccessi teorici; se si considera tutto questo si è portati a concludere che all'inizio del periodo fiesolano Pareto era piuttosto dalla parte di Marshall che di Walras. L'assenza della probabilità in Walras e la presenza di essa in Marshall mi rafforzano in questo convincimento.

Né ravviso una recisa inconciliabilità fra Pareto e Marshall nel fatto che l'uno deriva le domande-offerte dalle preferenze degli individui mentre l'altro parte dalle domande[30]. Trascuro altri elementi di dissenso (sull'uso del linguaggio corrente nelle scienze, e.g.) o di dissenso ed equivoci (è da escludere che Marshall consideri sempre costante l'utilità marginale della moneta) perché ritengo che il principale contrasto di Pareto con Marshall abbia un carattere metodologico, verta sul modo di accogliere e tramandare il messaggio sociologico che ambedue avevano ereditato da Mill[31]. Verta in particolare sulla partizione fra ciò che è economia pura e applicata e ciò che pertiene al restante della scienza sociale, come Mill chiamava la sociologia[32]. Più in particolare ancora, la frequente commistione marshalliana fra Economia ed etica, fra fatti e valori, è ciò che più infastidisce un Pareto che nel trapasso fra Ottocento e Novecento ostenta un ripudio crescente delle proprie precedenti illusioni umanitarie.

La mia convinzione, oltre che su esplicite prese di posizione di Pareto (LPP, vol. II, p. 759, ma vedi anche vol. III, pp. 60-61) si basa sul modo in cui egli intendeva ripubblicare il Cours nel 1905. Nel 1905 voleva trasformare il Cours in cinque volumi[33] in modo da purificare ogni singolo volume da argomenti appartenenti ai volumi restanti e in modo da accentuare il carattere già dominante del Cours del '96-97: il ruolo quantitativamente modesto e separato dell'economia pura e matematica: tre dei cinque progettati volumi erano infatti dedicati alla sociologia e alla ricerca storico-induttiva. Questa scissione a vari livelli del sapere scientifico, questo purismo metodologico, era del resto già presente nel modo in cui Pareto intendeva scrivere un Cours quando era ancora un manager: parlo del 1888, prima quindi del trasferimento di Pareto a Fiesole, prima della rilettura di Walras e della lettura di Marshall[34]. Questa lontana scelta di metodo è già ispirata al desiderio di separare quanto ruota attorno al postulato fondamentale dell'Economia (il comportamento ottimizzante dei soggetti)[35] lasciando il restante alle seconde approssimazioni dell'economia applicata e rinviando alla sociologia tutto ciò che ha un carattere vago, di osservazione non facilmente riducibile a uniformità, quanto meno non a uniformità di cui sia precisabile la natura e la misura.

Le istanze etico-politiche di Pareto in Toscana erano traducibili anche con la teoria di Marshall; ma gli Élements di Walras (che Pareto tiene sempre distinti dalle metafisicherie che vede presenti soprattutto nell'Economia applicata e in quella sociale di Walras) si prestavano meglio a una ripartizione puristica del sapere scientifico che Pareto aveva sostanzialmente ereditato dai propri studi universitari (i fisici matematici e gli ingegneri apprezzano sia la meccanica razionale che quella applicata, ma le tengono ben distinte). È paradossale l'influenza del Pareto in Toscana sul Pareto successivo. In effetti, mentre la sua ventennale esperienza di manager lo indurrà a marshallizzare la teoria della produzione di Walras[36], le sue precoci preferenze metodologiche gli faranno desiderare di de-marshallizzare ogni residua "confusione" fra Economia, sociologia, etica e politica che nel 1905 egli scorgeva con disappunto anche nel proprio Cours.

4. C'è un aspetto nella posizione di Pareto che a questo punto posso mettere in luce; alludo al forte contrasto esistente fra la sua visione etico-politica del ventennio valdarnese e la teoria walrasiana alla quale egli aderirà nel successivo periodo fiesolano. Trovo insomma una divaricazione in Pareto: da una parte vi è quel molto che egli desiderava dire in base alla sua visione del mondo in quegli anni, da un'altra parte vi è quel poco che la teoria walrasiana gli consentiva di dire. Mi soffermerò solo su due punti.

Nelle pagine valdarnesi due cose colpiscono il lettore di Pareto: i) l'estrema miseria del Mezzogiorno d'Italia e la gran quantità di bisogni insoddisfatti degli italiani; ii) l'importanza attribuita alle innovazioni e al cambiamento.

i) Inizio col chiedermi: era il sistema walrasiano il più adatto a valorizzare l'importanza che Pareto attribuiva ai bisogni umani? Forse hanno ragione Frank Knight (1921 [1960, capp. III e XI]) e alcuni istituzionalisti d'inizio secolo nel ritenere che la genesi dei bisogni e il loro soddisfacimento siano i principali problemi economici e che sia pertanto un grosso limite che anche nell'Economia pura walras-paretiana i bisogni siano dati. Né è confortante che Pareto ci rimandi alla sociologia senza neppure ripetere ciò che scrisse per protesta alla proprietà della Ferriera del Valdarno: i profitti nascono anticipando con innovazioni i bisogni (di chi utilizza il ferro)[37]. Marx e anche Marshall che pongono la genesi e la storicità dei bisogni all'interno dell'Economia e che collocano tale genesi dal lato della produzione[38] presentano a mio avviso un importante elemento di superiorità rispetto a Walras e a Pareto. Solo Schumpeter e Knight, fra i social scientists del Novecento, avranno un'analoga consapevolezza di questo grosso limite del purismo economico[39].

Pareto ebbe però il merito, nel periodo fiesolano, di comprendere che la "nuova scuola di economia" si sarebbe sviluppata in modo ben diverso se invece di prendere la strada dell'uguaglianza delle ofelimità marginali ponderate avesse preso la strada di un ordinamento gerarchico dei bisogni[40]. La cosa si spiega in due modi. Si spiega col fatto (già caro a Pantaleoni)[41] che se esistesse una scala assoluta dei bisogni, una loro gerarchia valida per tutti gli uomini di tutti i tempi, risulterebbe colmato il fossato, lasciato aperto anche da Pareto cardinalista, fra un massimo di utilità sociale privo di confronti interpersonali, garantito dal postulato della libera concorrenza, e un massimo di utilità sociale dove risultano invece legittimati quei confronti[42]. Ma si spiega anche col fatto che in quegli anni l'emigrazione italiana "per fame" era così tragica, i bisogni degli italiani presentavano una gerarchia irriducibile così simile a quella aristotelica dei millenni passati (fame-sete, un tetto e degli indumenti) che presumibilmente Pareto, sotto l'influenza dei propri valori morali e dei Principi di Pantaleoni, rimase a tutta prima sorpreso dall'importanza che la nuova scuola di economia dava alla riducibilità dei bisogni postulata dalla suddetta uguaglianza delle ofelimità[43]. Che la gerarchia dei bisogni fosse per Pareto importante lo suggerisce anche il fatto che Georgescu Roegen (cui sfuggì il precedente fiesolano qui richiamato) ne trovò una traccia in un grafico hessiano del Manuale[44].

Per quanto riguarda i bisogni umani e il loro appagamento, la mia opinione è che la ricchezza di problemi di Pareto etico-politico, trascorso il breve periodo in cui egli fu sotto l'influenza di Pantaleoni (vedi nota 24), subisce un impoverimento che forse sarebbe stato evitato o attenuato se Pareto, invece di esserne il critico severo, avesse accolto le impurità sociologiche ed etiche di Marshall economista[45].

Ad analoghe conclusioni giungerò sull'argomento ii), l'importanza delle innovazioni.

ii) Mi è impossibile ripensare a Pareto in Toscana senza ritrovare la sua passione per una molteplicità di invenzioni e innovazioni. Esiste ad esempio un Pareto (1870-73) che si occupa di comignoli di treni che non provochino incendi; un Pareto (1873-90) che riprogetta e trasforma impianti difettosi, talvolta caldaie, talaltra forni; ed esiste perfino un Pareto che si alterna al tornio con un operaio per approntare un "certo cilindro"[46]. La sua passione per il cambiamento traspare del resto anche dalla sua insaziabile curiosità per la filosofia della scienza, si tratti di teorie evoluzionistiche o di Poincaré o della meccanica statistica, più in generale della probabilità[47]. Anche la spiegazione paretiana del progresso scientifico mi pare non sia più quella di Mill.

Strano destino quello di Pareto inventore appassionato che approda a un sistema teorico dove non solo le preferenze, i prodotti, ma anche le tecniche produttive sono date. Non che il sistema marshalliano presentasse grandi vantaggi: Marshall forse presenta il solo vantaggio di ricordarci (con scandalo di Schumpeter!) che i profitti normali remunerano un complesso di funzioni, fra le quali anche la funzione innovatrice. Aggiungo che Pareto non rinunciò a valorizzare il cambiamento in varie parti del sistema di Walras. Cospicue tracce di innovazioni le troviamo perfino nella teoria della capitalizzazione. È stato infatti notato che nel Cours di Pareto si producono anche capitali fissi qualitativamente diversi da quelli preesistenti[48].

Ma dove Pareto esprime al meglio l'importanza del cambiamento è a proposito della rendita. La cosa si spiega. Firenze fu capitale d'Italia dal 1864 al 1870 e Pareto rimase colpito dal building cycle associato anche al trasferimento della capitale a Roma[49] e, più in generale, dalle rendite associate alle trasformazioni urbanistiche. La teoria della rendita acquisita sarà sviluppata matematicamente nel Cours (§747) ma non è difficile ritrovarne le tracce in scritti di Pareto in Toscana[50]. È d'altra parte nota la generalità della teoria della rendita di Pareto; essa infatti abbraccia qualsiasi irriproducibilità, da quella permanente ricardiana a quella transitoria del monopolista inventeur rispetto al quale innovazione e imitazione, monopolio e concorrenza, come nel famoso dibattito Proudhon-Marx, stanno fra loro come il concavo rispetto al convesso[51].

Infine, i grafici e le considerazioni con le quali Pareto gettò luce sulle difficoltà delle previsioni, specie se riguardanti i capitali fissi, sono quanto di più vivo e più pionieristico lo distacchi da Walras, lo avvicini all'incertezza e agli errori di previsione di Marshall-Keynes[52].

Benché Pareto abbia inserito il cambiamento in varie parti del sistema walrasiano aprendosi anche alle rappresentazioni dinamiche, alle previsioni e alla probabilità, resta il fatto che nella dominante componente statica di questo sistema i bisogni umani e le innovazioni, quanto cioè più stava a cuore a Pareto, sono dati ab extra. Strano destino davvero quello del nostro manager etico-politico. La mia impressione, anche qui, è che il metodo "impuro" di Marshall consenta di trattare l'equilibrio con una ricchezza conoscitiva maggiore anche per quanto riguarda il cambiamento. La stessa teoria sociologica delle "tre generazioni di imprenditori" con la quale Marshall cercò di conciliare la concorrenza con i rendimenti interni crescenti nel caso di una produzione industriale eterogenea[53]- piacciano o meno, alternativamente, le critiche distruttive di Sraffa (1925) o i processi probabilistici di Markov quale forma di rappresentazione aggiornata[54] -conferma che anche agli effetti del cambiamento si respira un'aria diversa nel mondo metodologico di Marshall.

5. A livello teorico non mi pare che i rapporti fra Economia e sociologia siano più quelli che indussero Claudio Napoleoni (1986, p. 308) a parlare di una sorta di tragedia metodologica di Pareto. Per Pareto - osservava Napoleoni - l'Economia racconta cose più precise ma molto meno importanti di quelle più vaghe della sociologia.

Pareto auspicava l'avvento di nuovi strumenti logici suscettibili di conferire alla sociologia una nuova ossatura scientifica e mi pare che questa speranza non sia andata delusa. Le forme di rappresentazione oggi disponibili permettono infatti all'economista di esporre problemi istituzionali ai quali Pareto attribuiva grande importanza anche per le vicende economiche ma che, bon gré mal gré, rinviava alla sociologia. Nel periodo toscano, ad esempio, era molto interessato alle tecniche elettorali[55], al governo delle imprese e alla formazione delle decisioni di organismi complessi quali le società anonime, ma non disponeva degli strumenti oggi esistenti dopo i lavori di Black, Arrow, Buchanan e Tullock ed altri. Non disponeva neppure dell'ordinamento lessicografico per la rappresentazione delle strutture gerarchiche, per fare un altro esempio che interessa economisti e sociologi. Anche taluni aspetti istituzionali e culturali di quella che Pareto chiamava la neofilia del Giappone, oggi vengono esposti dall'economista (Aoki 1984, e.g.) con strumenti formali, inclusa la teoria dei giochi, esistenti solo in nuce al tempo di Pareto.

Visto questo graduale incontro, sul piano della teoria, fra economia e sociologia, il quesito posto su Pareto e Marshall (§3) forse poteva essere sostituito con il seguente: quali rischi ha corso, quale prezzo Pareto ha pagato alla puristica separazione fra economia e sociologia? È infatti indubbio che il purismo metodologico di Pareto ha dato luogo a costruzioni talvolta inafferrabili e ad interpretazioni del suo pensiero che tuttora lo perseguitano. Forse l'esempio migliore è offerto dal socialismo così come concepito da Pareto nel periodo toscano e così come da lui riproposto sviluppando strumenti di Walras.

Nel periodo toscano il socialismo borghese e il socialismo popolare sono per Pareto due forme di interventismo pubblico inefficiente inseparabili, specialmente il primo, dalla corruzione istituzionalizzata: sono patti scellerati fra classi sociali che avvantaggiano pochi ai danni delle moltitudini. È perché preferivano le moltitudini ai pochi privilegiati che il giovane Pareto si sentiva più vicino ai radicali e poi ai socialisti pur criticando, di questi ultimi, l'escatologia e il giacobinismo economico. In questo periodo Pareto dichiarò più volte che avrebbe voluto nascere nella democratica Inghilterra e non separò mai il socialismo (di qualsiasi specie) dall'alternativa democrazia/autocrazia. Pareto di quegli anni fu sempre convinto che chi possiede tutti i mezzi domina su tutti i fini e ricorreva spesso alla distinzione spenceriana fra il liberalismo della società industriale e l'autocrazia della società militare. In sostanza, il Pareto sintetico degli anni toscani non disconnette mai del tutto l'Economia dalla sociologia, in particolare dalla scienza politica.

Ebbene, cosa afferma sul collettivismo il successivo Pareto analitico e purista?

Nel Manuale Pareto dice che dal punto di vista dell'economia pura il socialismo è superiore alla produzione privata perché può risolvere problemi di efficienza[56] con decisioni pubbliche pressoché impraticabili in regime privato.

Dunque, il socialismo superiore alla produzione privata? È quello che Pareto purista induce a ritenere quando si trascurino le seconde approssimazioni e i suoi rimandi alla sociologia. Pareto ha infatti in serbo una duplice riserva: i) ciò che è vero dal punto di vista dell'economia pura (il socialismo supera la produzione privata) diventa indecidibile in seconda approssimazione (confrontando i costi-rendimenti di imprenditori e capitalisti privati coi costi-rendimenti degli impiegati del collettivismo), ii) e può diventare falso introducendo argomenti appartenenti alla sociologia[57]: da un esperto di metodi elettorali e di governo delle imprese; da uno che aveva osservato che un sistema di decisioni private decentrate risolve ogni giorno dei pletorici e insolubili sistemi di equazioni; da questo Pareto ci si sarebbe attesi qualche sviluppo sociologico dopo questa affermazione di principio[58]. A ogni modo, il rischio di incomprensione cui accennavo poc'anzi nasce dalla difficoltà di rispettare una regola del purismo teorico.

Alla conoscenza storico descrittiva nella quale l'astrazione è minima (la scelta dell'argomento e l'interrogativo posto) Pareto contrappone la ricerca di leggi virtuali ottenute sopprimendo alcune condizioni della realtà osservata. Pareto ritiene che le verità virtuali arricchiscano la comprensione della realtà osservata purché non prescindano da condizioni così essenziali da renderla irriconoscibile (Manuale, Manuel, cap. III, §4). Bene, sussiste questa condizione per il collettivismo di Pareto dove i politici controllano tutti i mezzi produttivi e sono tuttavia rispettate le preferenze degli individui e l'efficienza produttiva? Che fine ha fatto, insomma, l'inefficienza produttiva osservata da Pareto (a torto o a ragione) nelle forme di socialismo dei suoi anni toscani? Poiché due cose sono certe: i) al tempo del Manuale di Pareto (1906) un grande esperimento di socialismo industriale da cui attingere ipotesi teoriche non era ancora stato fatto[59]; ii) la virtuale superiorità del collettivismo puro rispetto alla produzione privata prescinde da quel carattere essenziale del socialismo (l'inefficienza produttiva) che Pareto in Toscana leggeva immancabilmente nella carta d'identità di qualsiasi intervento pubblico italiano.

Il mio sospetto, applicando una classificazione di Pareto, è che la super-efficienza del suo collettivismo puro non appartenga alle proposizioni dette sperimentali perché suscettibili di verifica e perché trovate vere; essa appartiene alle proposizioni che possiamo chiamare sperimentali inconcludenti perché non rispondenti a realtà; oppure appartiene alle proposizioni non sperimentali come l'esistenza dell'immortalità dell'anima; o appartiene infine alle proposizioni non sperimentali oggi ma che possono divenirlo domani. Si noti del resto (lo notino soprattutto quanti ritengono che la teoria di Pareto risponda sempre al canone dell'osservabilità e verificabilità) che nell'Appendice al Manuel (p. 657) Pareto fece un'aggiunta che si spinge fino ad includere i sogni dei riformatori fra le ipotesi legittime della teoria economica.

Sto ovviamente riscoprendo l'insoddisfazione che Einaudi[60] provò per il socialismo puro di Pareto e Barone: non si riesce a capire come in un sistema politico dove i governanti controllano tutti i mezzi produttivi si formino le decisioni che salvaguardano sia l'efficienza produttiva che le preferenze individuali. Pareto non chiarisce neppure (aggiungeva l'Einaudi ripercorrendo le personali riflessioni su Wicksell) se e come nel collettivismo possa funzionare un'ideale accessione e collaborazione delle minoranze al volere delle maggioranze.

Il metodo puristico espone d'altra parte al rischio di privilegiare l'Economia trascurando la sociologia. È questa la storia del protezionismo nel Cours e nel Proemio del Manuale.

In Toscana Pareto chiarì contestualmente le due facce del protezionismo, quella oggetto dell'economia pura e quella affidata alla sociologia, la quale può ribaltare la sentenza emessa dall'economia pura[61]. Nel Cours di Losanna, Pareto mancò di richiamare la seconda di queste due contestuali verità dando l'impressione di passare in giudicato una sentenza di primo grado. Nel Cours fu così unilaterale che nel Proemio del Manuale (1906) Pareto si profuse in scuse[62]; senza però chiarire che le due facce del protezionismo le aveva già affrontate vent'anni prima. Mancando nel lettore la conoscenza di quanto Pareto aveva scritto in Toscana[63], ci fu chi addirittura interpretò quelle scuse nel senso che Pareto aveva infine scoperto che il protezionismo può uscire assolto dal processo intentatogli dalla teoria economica![64] Forse è anche per questo che nel Manuel francese (1909) Pareto soppresse il Proemio italiano. Si tengano d'altra parte presenti, nel 1906 e 1909, i suoi scritti toscani pieni di rivendicazioni di diritti politici e civili[65], così ispirati al pensiero politico inglese, soprattutto al policentrismo di Mill[66]: quelle proteste umanitarie e pacifiste ormai gli ricordavano solo sentimenti insidiosi, illusioni da dimenticare.

Forse - se posso concludere con un giudizio di valore - la sola tragedia "metodologica" di Pareto consiste in questo: egli comprese più precocemente di Keynes che il pluralismo delle democrazie e delle economie di mercato necessita di sentimenti e di un'etica oltre che della logica; ma mentre gli Einaudi e i Keynes compresero che in un secolo di guerre e Terrore Democracy and Efficiency (Keynes 1939a) andavano difesi anche con l'arma della persuasione, all'aprirsi del secolo Pareto trovò che per l'Italia, e non solo per essa, il matrimonio fra democrazia e efficienza era un'impresa pressoché disperata; e mentre stava ancora salendo la collina della sociologia da dove avrebbe meglio osservato il panorama dei sentimenti umani, degli istinti e degli interessi, decise che il mondo così com'era non aveva più bisogno dei sentimenti del Pareto di un tempo[67]. Rimase il grande difensore dell'efficienza, anche in sociologia (1913a), e abbandonò la democrazia al suo destino.

Nel proprio anfiteatro d'inizio secolo, la cultura poté assistere allo spettacolo di uno dei suoi figli migliori il quale, spinto alle scienze sociali da sentimenti e da una sincerità incontenibili, predicava fra gli scienziati sociali lo sdoppiamento del proprio ego, il suicidio dei sentimenti.

Appendice

Sommario. I - Business cycles e previsioni incerte in Pareto manager e nel Cours di Losanna. II - Lineamenti di teoria economica in Pareto manager: 1. Il socialismo borghese e il crowding out strutturale; 2. Uno spunto di teorizzazione formale e il proponimento di scrivere un Cours.

Questa Appendice vuole estendere il dibattito ad argomenti che non hanno trovato spazio nella precedente esposizione Essa parte dal presupposto che il Cours di Losanna è la realizzazione di un proponimento coltivato da Pareto fin dal lontano 1888, quando ancora dirigeva la Ferriera del Valdarno (vedi §3 e oltre §II.2).

I. Una cosa che colpisce nella corrispondenza di Pareto manager e nel Cours è l'importanza che egli attribuisce alle "crisi" (= business cycles). Fatto è che Pareto si trovò a dirigere un'impresa nel corso di una fase di ristagno[68] del ciclo lungo di Kondratieff, o meglio, di Pareto-Kondratieff. Le sviste matematiche in cui Pareto incorse nel Cours nel formalizzare le "crisi" (vedi nota 49) non possono oscurare il suo tentativo pionieristico di inserire nel corpo della teoria economica una caratteristica delle società industriali, il loro sviluppo a onde. Basterebbe questo per avvicinare i lineamenti della teoria di Pareto a quelli di Marshall e per distinguerli da quelli di Böhm-Bawerk, un altro suo grande contemporaneo. I cicli degli affari sono per Pareto così importanti che nel Cours (§632) non si perita a conferire il titolo di Pangloss a quanti identificano le società industriali col massimo di ofelimità dato dalla concorrenza dimenticando l'incidenza delle "crisi" sul benessere collettivo[69]. Ed in proposito non vedo chi possa scagliare la prima pietra, così comune è questo peccato di omissione fra gli studiosi di Pareto.

I suoi iniziali rapporti con Walras impedirono a Pareto di rendere esplicito, nel Cours, il suo disappunto verso l'ipotesi di imprese con previsioni certe: vent'anni di esperienza industriale lo avevano fortificato nella convinzione che le previsioni sono irriducibilmente incerte quando riguardano i) i capitali durevoli e ii) i punti di svolta dei business cycles. Mi pare tuttavia di cogliere un implicito dissenso da Walras nel fatto notevole che le due curve di inseguimento di Pareto, che teorizzano gli errori di previsione degli imprenditori, non figurino nelle seconde approssimazioni dell'Economia applicata del Cours, assieme alle "crisi", bensì nei primissimi §§ di Economia pura[70]. Con le curve di inseguimento Pareto mette a frutto la sua esperienza di manager per dirci, "keynesianamente", che gli errori di previsione, facilmente correggibili nell'attività di consumo, diventano di difficile correzione quando riguardino invece i macchinari, in generale gli investimenti in beni strumentali durevoli.

Vi è un problema di costi sperimentato da Pareto manager che è legato ai business cycles e alle previsioni incerte. È noto che quando la domanda e la produzione flettono fa la sua comparsa la sommersione dei costi[71], un fenomeno che rende più vulnerabili le imprese finanziariamente deboli, come lo era la Ferriera del Valdarno. In tali frangenti un manager come Pareto deve fare una molteplicità di calcoli su dati incerti (la durata e l'intensità della depressione) per giudicare, ad esempio, se ha più probabilità di sopravvivere un'impresa (o un reparto) che arresta temporaneamente la produzione andando incontro a costi di fermata e al rischio di perdere per sempre clienti "affezionati" e mano d'opera qualificata, o se sia invece preferibile continuare a produrre andando incontro alle difficoltà finanziarie imposte dal working process[72]. Si comprende quindi l'importanza che nel Cours (§578) e altrove Pareto darà a un grafico dove in ascissa figura il tempo e in ordinata figurano tre fenomeni distinti: quelli con crescita monotonica per i quali le previsioni sono abbastanza facili, quelli a carattere ondulatorio per i quali le previsioni sono molto difficili a causa dei punti di svolta, quelli del tutto accidentali e quindi imprevedibili.

Vi sono vari motivi per sottolineare l'importanza dell'incontro di Pareto con i costi fissi della Ferriera del Valdarno e almeno due desidero indicarli: i) Pareto viveva ancora a Fiesole quando scrisse a Walras (senza sospettare le conseguenze teorico-pratiche che Walras ne traeva) che l'equilibrio generale è compatibile con l'esistenza dei costi fissi[73]; ii) mentre il costo fisso è sempre presente davanti agli occhi dell'imprenditore paretiano e nella definizione paretiana dei coefficienti produttivi, non altrettanto può dirsi per le aspettative a breve termine dell'imprenditore di Keynes: l'esclusione dei costi fissi dalla funzione di offerta aggregata ha dato luogo a quella che è forse la sola ritrattazione della General Theory fatta da Keynes in (1939b)[74].

Dispiace constatare che Pareto non tradusse mai in teoria una sua costante come dirigente d'impresa: egli riteneva che alla costellazione di funzioni e mansioni di un'impresa debba corrispondere una costellazione di soggetti personalmente responsabili. Non dovrebbe essere un direttore generale d'impresa come Pareto, ad esempio, a rispondere della pesatura del ferro, di essa dovrebbe personalmente rispondere il magazziniere. Questa concezione dell'impresa ricorda un pioniere francese dell'Economia industriale, Henri Fayol. Essa è comunque in sintonia con l'ideale di un liberalismo policentrico caro al Pareto di quegli anni (vedi nota 66).

II. C'è niente nel Pareto polemista degli anni toscani che preannunci il famoso scienziato degli anni successivi?

1. Personalmente constato una stretta corrispondenza fra il pactum sceleris fra borghesia e classe politica denunciato da Pareto (il socialismo borghese: vedi §2) e le linee di riflessione finanziaria e monetaria che egli sviluppa in Toscana. Associata alla sua polemica etico-politica di quegli anni vi è infatti una linea di pensiero che potremmo chiamare crowding out strutturale e inside trading istituzionale.

I fili che compongono questa trama politico-finanziaria sono così sintetizzabili: la componente di opere pubbliche improduttive finanziate col debito pubblico spingono in alto i saggi d'interesse italiani; l'elevato saggio d'interesse italiano aggrava il costo delle opere pubbliche produttive e vanifica (spiazza) una parte degli investimenti privati; la borghesia affaristica italiana che assieme alla classe politica è all'origine del primo anello di questa catena perversa ne è la sola beneficiaria: gode di profitti monopolistici nelle nicchie degli appalti pubblici e in quanto detentrice di titoli pubblici ne incassa gli alti interessi; inoltre, in quanto detentrice di canali d'informazione privilegiati, manovra la moneta in modo da speculare sulle oscillazioni delle quotazioni azionarie occasionate dai nuovi appalti e dai rinnovi di precedenti concessioni.

Sono diversi i punti di teoria monetaria che andrebbero rivisitati alla luce di questa trama storico-teorica. Il seguente brano (1886) riguarda la domanda di moneta per motivi speculativi, lo riprendo da un intervento di Pareto ai Georgofili dove si discuteva del credito agevolato all'agricoltura (Pareto 1974a, vol. I, p. 216):

Si dirà: oggi nelle Casse di Risparmio vi è una grande quantità di milioni i quali si contentano di un interesse piccolissimo. Ma perché? Questi capitali non si volgeranno mai all'agricoltura, qualunque siano i privilegi che darete loro: questi capitali aspettano l'emissione privilegiata dello Stato: voi capite che quando si hanno delle fortune come quelle delle Azioni Meridionali, salite da 450 a 700 lire, si desidera molto di aspettare una simile occasione e non importa niente di pigliare l'1%, di pigliare anche niente, pure di aspettare di queste occasioni. Perché vi è lo sciopero di 2 o 3 miliardi nella Banca di Francia? Perché aspettano l'emissione del prestito francese, perché si sa che presto o tardi si dovrà fare il prestito di un miliardo e 300 o di un miliardo e 500 milioni, e perché si guadagnerà in quell'occasione quanto compenserà l'inoperosità attuale del capitale. La gente sa fare i suoi calcoli e quando un uomo lascia i suoi capitali in una cassa all'1%, vuol dire che spera un'occasione per avere il 2 e il 3%.

È curioso che né Wicksell né Arthur Marget abbiano mai chiarito nei loro scritti che la teoria monetaria di Pareto non va cercata nell'Economia pura bensì nell'Economia applicata e nella sociologia dove essa è inseparabile da una teoria politica della finanza pubblica[75]. More suo, fece a suo tempo eccezione G. Del Vecchio (1924), oggi fa eccezione P. Bridel (1997, cap. V). È curioso che si voglia confinare nel recinto dell'economia pura uno studioso come Pareto che ne denunciò sempre i limiti.

2. Accenno infine a un tentativo di teorizzazione formale di Pareto manager. Inizio col sintetizzarne la motivazione politica.

Pareto ritiene che neppure la piccola parte della popolazione italiana che ha diritto di voto comprende sempre da che parte stia il proprio interesse[76]. Inoltre, egli critica coloro che pur dicendosi liberali difendono i provvedimenti che privilegiano solo la borghesia, e neppure tutta. Perché allora - si chiede Pareto - non pareggiare i conti assecondando le richieste di privilegi avanzate a favore del popolo? È meglio che la parte del prodotto nazionale disponibile (netto, nella visuale di Pareto, dei consumi industriali privati e dei consumi pubblici produttivi) vada al popolo piuttosto che vederla dilapidata in guerre africane e in iniziative pubbliche improduttive. Pareto si rende conto che la sua è una "provocazione", che è insomma ingenuo pensare di impedire le guerre e le dilapidazioni pubbliche attraverso una sorta di restituzione storica del maltolto. Sta di fatto che nello stendere la memoria letta ai Georgofili nel 1886, Se convenga fissare per legge un minimo al salario guadagnato e un massimo alla ricchezza speculata[77] [ricchezza speculata = profitti + sopravvenienze speculative], Pareto si rende conto di essere alla prese con un grosso problema di Economia teorica; e di lì a poco, nel 1888, manifesta a un suo discepolo informale, Francesco Papafava, il proponimento di scrivere un libro di Economia (vedi §3 e nota 34) preceduto da un'introduzione matematica. Al riguardo chiede il conforto anche di uno scienziato famoso, Galileo Ferraris (vedi Busino 1977, p. 819).

Nel leggere la sua bella corrispondenza a Papafava (un nobile che desiderava studiare l'Economia per motivi umanitari) non è difficile scorgere che la prima difficoltà in cui Pareto si imbatte appartiene alle tre famose difficoltà che per esplicita dichiarazione di Keynes (1936, p. 36) ritardarono l'apparizione della General Theory: il prodotto nazionale (reale) non è una numerical quantity. Per non confondere le idee al proprio discepolo con la teoria del valore, Pareto cerca di spiegargli nel modo seguente quello che ritiene il solo surplus distribuibile a favore del popolo[78]:

La grandezza A denoti una parte intangibile, direttamente produttiva, del prodotto nazionale, che serve cioè per la riproduzione materiale e umana di periodo in periodo. Nel prodotto lordo nazionale vi è poi una parte B che parrebbe tutta disponibile "a sollievo del popolo". Ma neppure tutto B è disponibile: «vi sono usi non direttamente produttivi come spese per la giustizia, per la difesa del paese, ecc., che sono indirettamente indispensabili alla produzione, chiamiamoli D e sia E quello che rimane. B sarà uguale a D più E che gli algebristi scrivono B = D + E, e la sola parte veramente disponibile per sollevare il popolo è E» (Busino 1977, p. 845; corsivo aggiunto).

Come si vede, Pareto è alle prese con gli aggregati nazionali e li sta pensando non come impossibili somme ordinarie bensì come le somme logiche dell'algebra astratta. Per ricorrere alle somme ordinarie Pareto avrebbe dovuto introdurre il sistema dei prezzi.

A causa di alcuni stereotipi su Pareto tengo a ripetere che il libro di teoria economica che Pareto intendeva scrivere per delucidare questi problemi precede l'incontro con Pantaleoni (1890), la rilettura di Walras (1891) e l'apparizione dei Principles di Marshall (1890). Faccio anche notare che questo desiderio di distillare dei precisi concetti analitici nasceva da sentimenti liberal democratici che Pareto, un po' come l'Amarthia Sen dei nostri giorni, o lasciava trasparire o confessava apertamente. Parafrasando Aristotele sui buoni e sui cattivi effetti dell'amor proprio, si potrebbe dire che i sentimenti, talvolta generano una pessima scienza, talaltra generano capolavori.

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__________ (1992b), Rendimenti concorrenza e monopolio nella teoria della produzione di Pareto, Università di Firenze, Firenze.

__________ (1995), The Adjustment Mechanism of Cournot and Pareto in the Monopolistic Competition Hypothesis, in "Rivista internazionale di scienze economiche e commerciali", giugno, pp. 455-467.

__________ (1996), Demaria negli anni trenta attraverso un epistolario (giugno 1930-febbraio 1939), in "Storia del pensiero economico", n. 31-32, pp. 25-128.



* Questo scritto è la versione italiana riveduta di una relazione tenuta nell'ottobre 1998 a Losanna su invito del "Centre d'études interdisciplinaires Walras-Pareto", Université de Lausanne, che apparirà in inglese nel prossimo numero della "Revue europeenne des sciences sociales". Rispetto al testo inglese, la presente stesura presenta un'Appendice che non era destinata alla stampa. Si tratta infatti di appunti che l'A. distribuì ai partecipanti all'incontro di Losanna al fine di allargare il dibattito ad aspetti di Pareto non trattati nella relazione: alcuni partecipanti a quel dibattito ed i responsabili di questa Rivista mi hanno indotto ad un ripensamento.

Ho vari motivi per esprimere la mia gratitudine a Nicolò Bellanca, a Nicola Giocoli e ad Antonio Maria Fusco. Userò sociologia e scienza sociale come sinonimi. Lascerò al lettore intuire quando scienza sociale significa l'insieme di tutte le discipline sociali e quando significa invece questo insieme meno l'Economia. Mill = John Stuart Mill; Sociologie = Traité de sociologie; LPP = Lettere di Pareto a Pantaleoni; LPPZ = Lettere di Pareto ai Peruzzi; Georgofili = Accademia economico-agraria dei Georgofili di Firenze.

[1] Sui cambiamenti di rotta di Marshall bastino Dardi (1984) e la letteratura ivi richiamata. Su Keynes basti l'ultimo lavoro di Bateman (1997).

[2] Trascurerò l'altra grande dicotomia, quella fra conoscenza sperimentale e non sperimentale. Pareto aderì fin da giovane al metodo sperimentale, al metodo deduttivo concreto di Mill. In questa dicotomia non vedo salti qualitativi tali da giustificare una periodizzazione di Pareto. C'è chi ritiene che il metodo sperimentale di Pareto riguardi le sole proposizioni verificabili, un'interpretazione che può fuorviare perché per Pareto teorizzare significa prescindere da condizioni reali: un metodo rischioso che può condurre in mondi immaginari tutt'altro che testabili (vedi §5). Quanto alle analogie, esse per Pareto non hanno una funzione dimostrativa bensì espositiva (Cours, §590). Se si vuole, sono un modo linguistico per iniziare un dialogo. Essendo questo il loro ruolo, non costituisce una discontinuità il fatto che nella Sociologie Pareto dica che delle analogie si può fare a meno. Trascurerò, infine, il famoso trapasso di Pareto dal cardinalismo all'ordinalismo. E non perché sospetti che se ne sopravvaluti l'importanza bensì perché, anche a farlo risalire a Pareto (1898), esso interesserà la culturale economica solo dopo il Manuale (1906) e quindi fuoriesce dal quadro storico di questo scritto.

[3] «Coloro che hanno cognizioni più estese», dice Pareto (Sociologie, §149). Che si tratti degli scienziati, anche degli scienziati sociali, lo suggerisce il fatto che fin dal (1872) Pareto rivela molta familiarità col pensiero di Mill. Ora, chi conosca On Liberty (1859) e On Representative Government (1861) avrà constatato che Mill richiama spesso i savants, i meliores, e che almeno due volte usa la parola élites (1861, pp. 145 e 150). Forse, il solo apporto sostanziale di Pareto alla teoria milliana delle élites riguarda la circolazione delle élites.

[4] Dopo i lavori di R. Aumann e di Gay (1992) è oggi chiara la forte astrattezza dell'assioma di completezza dell'ordinamento preferenziale di Pareto (Manuale). Non esiste invece altrettanta consapevolezza sul fatto, ben più importante, che l'ordinamento preferenziale paretiano non comprende le azioni non logiche, economiche e non. Vedi nota 5 seguente.

[5] L'esperienza di Pareto manager, speculatore e scienziato suggerisce una risposta. Per Pareto sono anzitutto logiche le azioni economiche consapevoli che una volta superati gli errori di apprendimento sono compiute nel rispetto di regole scientifiche (Manuale, Manuel, cap. III, §1). Si può inoltre estendere a molte previsioni imprenditoriali ciò che Pareto (Sociologie, §889) afferma sulla natura logica delle attività degli scienziati: essi affrontano con razionalità dimostrativa argomenti suscettibili di verifica. Ora chiediamoci: quand'è che neppure un manager e scienziato come Pareto saprebbe prevedere se un'azione economica è oggettivamente congruente ad un fine? Al riguardo ritengo estendibile alle innovazioni imprenditoriali quanto Pareto afferma (Manuale, Manuel, cap. I, §§45 e 51; Sociologie, §899) sulle invenzioni scientifiche: i loro antecedenti non sono i procedimenti logico-dimostrativi bensì "certe impressioni" che rientrano nei "residui", nell'"istinto di combinazione". Assomigliano molto, insomma, ai famosi animal spirits di Keynes. Si noti che anche Hadamard, Poincaré e Popper osservarono che non esiste alcuna procedura logica che dia la certezza delle scoperte (vedi Cellucci 1998, pp. 7-8). Pareto ha fatto però qualcosa di più per l'economista: ha proposto tre generi di aspettative facendo comprendere quali siano quelle dalle quali un manager e speculatore esce talora con profitti, talaltra con perdite: vedi Appendice I.

[6] Sul trasformismo vedi Valeri (1966, cap. VI) e Pareto (1892a e 1893b [1974b]). Pareto riteneva (p. 79) che «the italian Transformists correspond to the french Opportunists».

[7] Sul contrasto fra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica dal 1870 al 1913 (Patto Gentiloni) vedi Bonomi (1944) e Valeri (1966, cap. IV).

[8] Per un quadro di tutte le azioni non logiche vedi Aron (1962) e Bobbio (1973). Ho già precisato che nel periodo valdarnese Pareto ha in mente le azioni non logiche dell'elettorato italiano. Aggiungo che già nel 1892 egli definisce le azioni logiche senza usare questa espressione e allertando Pantaleoni (LPP, vol. I, p. 102) sui presupposti soggettivi e oggettivi dell'agire umano. Pareto osserva che la nuova teoria edonistica (vi è incluso Walras) non copre tutta l'Economia politica, ne restano fuori le previsioni [incerte] e i rapporti tributari fra stato e cittadini: «Le teorie edonistiche crediamo possano valere solo quando si tratti di atti frequentissimamente ripetuti e tali che le conseguenze di essi siano facilmente intese dal ceto di persone che li compie» (Pareto 1892d, p. 86). Si tratta del primo articolo fiesolano di Pareto sui fondamenti dell'Economia pura ma già preannuncia, per implicito, le azioni non logiche e denuncia i limiti delle teorie pure delle scelte (per l'edonismo in Pareto, vedi nota 35; per l'influenza di Mill su questa presa di posizione vedi nota 18).

[9] Vedi nota 3. La fede di Pareto negli scienziati persisterà nel Novecento: essa è inseparabile dalle definizioni delle azioni logiche e non logiche.

[10] Bateman (1997) conferma per implicito Dardi (1991) sulla discontinuità che qui interessa: l'abbandono da parte di Keynes di una posizione ostile verso le regole di convivenza inglesi, un abbandono che lo scrivente (Zanni 1986) aveva ritenuto pacifico. Provo a tradurre così alcune annotazioni leggibili negli ottimi lavori di Dardi e Bateman: nella General Theory Keynes approda a una probabilità che non è un'astrazione reale nel significato di Marx, essa ha un valore consolatorio che ricorda la forma di razionalizzazione che Pareto chiama derivazione.

[11] Aron (1962, p. 152) ebbe il merito di notare la simpatia di Pareto verso il ricambio delle élites inglesi e verso la conseguente stabilità sociale dell'Inghilterra: l'anglofilia di Pareto risulta ampiamente confermata dalla sua corrispondenza e dai suoi scritti giovanili oggi disponibili.

[12] Ancora nel 1897 Pareto così scriveva a Vailati: «Nelle prossime vacanze [...] voglio scrivere un breve trattato sul calcolo delle probabilità e sulle interpolazioni applicate alle scienze economiche e sociali» (Vailati 1971, p. 99; vedi anche LPP, vol. I, pp. 480 e 483).

[13] Pareto rimprovera Bertrand di considerare solo "chances", di negare l'esistenza delle "probabilités" che caratterizzano invece la definizione di Poisson: «la probabilité d'un évenément est la raison que nous avons de croire» (Pareto 1893a, p. 29). La distinzione di Pareto riguarda la dicotomia oggi indicata con "probabilità epistemica" e "probabilità aleatoria" (vedi i raccordi terminologici in Hacking 1975 [trad. it. 1987, p. 23]).

[14] A proposito della conoscenza e dell'intuizione, e.g., Pareto (Manuale, Manuel, cap. I, §45) postula due soggetti con la stessa conoscenza a priori dell'arboricoltura dei quali l'uno fa intuitivamente previsioni corrette mentre l'altro le sbaglia; un caso incompatibile col probabilismo oggettivo di Keynes (vedi Bateman 1997, p. 50).

[15] Mi riferisco al brano seguente: «Un uomo su cui non operino i sentimenti [...] non esiste; per cui, se queste fossero le condizioni necessarie per uno studio proficuo delle scienze sociali, tanto varrebbe dire che tale studio non è possibile. Ma l'esperienza dimostra che l'uomo può in un certo modo sdoppiarsi, e quando sta studiando un argomento fare astrazione, almeno in parte, dei suoi sentimenti, dei suoi preconcetti, della sua fede [...]. Solo a tale prezzo si otterrà il progredire della scienza sociale» (Sociologie, §§142-143).

[16] A Pareto non bastò la vita per assistere agli sviluppi del fascismo. In questo si differenzia da Croce il quale, dopo un periodo analogo a quello "antiumanitario" di Pareto del Novecento, teorizzò un liberalismo metapolitico con intenti etico-politici. Su questo Croce resta notevole Sartori (1955-56).

[17] Più esattamente, Einaudi (1930, p. 102) simpatizza per una Economia che si trasformi in azione pratica, che riesca a far presa sul pubblico come accadde da Smith a Mill; e aggiunge che Pareto non colmò questo vuoto a causa del suo pessimismo, della sua sfiducia sulle capacità di ragionamento degli uomini. Peccato che Einaudi non chiarisca (vedi però Einaudi 1959, p. 17) che Pareto del Novecento non perseguiva più quello scopo e che è questo il principale dissenso di Einaudi (il più etico-politico degli economisti italiani del Novecento, come ben risulta da Faucci 1986) dalla Sociologie di Pareto.

[18] Pareto fu ben presto consapevole, con Mill, che l'Economia è solo una parte della scienza sociale (vedi note 32-33). Non stupisce quindi che nel suo primo articolo sull'Economia pura (vedi nota 8) egli lamenti che le nuove teorie edonistiche (= Economia pura) trascurino la metodologia di Mill: «opportunamente il Mill osserva come sul continente europeo la concorrenza non determinasse il valore nel modo stesso che accadeva in Inghilterra, e simili considerazioni furono tenute presenti dall'Economia classica. Crediamo che anche la nuova economia politica debba ciò fare. Crediamo che sia errata la proposizione per la quale i teoremi della scienza pura avrebbero un valore assoluto sia pure per perfetti edonisti» (Pareto 1892d, p. 84). È chiaro che Pareto ha in mente il capitolo "Of competition and custom" di Mill (1848, vol. I, cap. IV) che tanta influenza avrà anche su Marshall.

[19] Temo, e.g., di compiere un'azione non logica quando a Firenze attraverso la strada guardando istintivamente a sinistra e di compiere un'azione logica quando a Londra e a Tokyo guardo invece a destra, consapevolmente, dopo avere ben riflettuto: è curioso che l'attraversamento della strada diventi non logico appena cessato l'apprendimento. Più in generale, Pareto avrebbe dovuto riconoscere il requisito soggettivo dell'agire logico sia nelle azioni ripetute che compiamo con una consapevolezza sempre rinnovata sia in quelle che dopo l'apprendimento compiamo con una consapevolezza, diciamo così, automatica.

[20] A cominciare dagli effetti inintenzionali delle azioni. Pareto li considera nelle azioni non logiche, dominate dai sentimenti, dagli istinti. Gli effetti inintenzionali rafforzano la propensione di Pareto del Novecento a bandire i sentimenti nel social scientist. Essi lo spingono inoltre a sostenere che ognuno deve restringere le previsioni agli effetti prossimi del proprio agire. Detti effetti, infine, inducono Pareto a recidere il legame fra i propri sentimenti e le aspirazioni del "maggior numero"; a rimuovere, insomma, le proprie idealità democratiche radicali.

[21] Sociologie, §§166-68. Pareto vi sostiene che le teorie hanno una minima influenza diretta sui comportamenti mentre ne hanno una modesta indiretta tramite i sentimenti. Nel Manuale, Manuel, cap. II, §55, Pareto aveva sostenuto che l'influenza della logica sui sentimenti è maggiore nelle classi sociali più alte e si diffonde su quelle più basse trasformandone i sentimenti. Teneva ad aggiungere che i sentimenti delle classi inferiori suscitano invece ragionamenti pseudo-scientifici sulle classi superiori. Nel Cours, §606, Pareto si era limitato a criticare il fatalismo dei socialisti e ad esaltare l'importanza delle conoscenze scientifiche nei comportamenti. Pionieristico (rispetto a O. Morgenstern e altri) il §930 dove l'andamento delle "crisi" viene fatto dipendere anche dalla conoscenza della teoria delle crisi.

[22] Auro suadente nil potest oratio, gli piaceva ripetere per indicare la forza degli interessi economici e del danaro. Si ricordi che Pareto dissentiva dalla teoria del valore di Marx ma non da tutta la sua visione economicistica dei rapporti sociali. Giova anche ricordare che in Pareto gli interessi (economici e non) non sono separati dagli istinti (Sociologie, §2009) e che ciò gli consente - così ritengo - di non risolvere tutte le azioni economiche nelle azioni logiche. Ritengo a ogni modo che uno dei migliori scritti su Pareto economista e sociologo (La Volpe 1975) presenti questo lato debole: dà l'impressione di includere nelle azioni logiche tutte le azioni che interessano un economista. Ridurre Pareto economista alle sole azioni logiche (l'homo oeconomicus che centra sempre i bersagli) sarebbe come ridurre Schumpeter al solo flusso circolare, o come ridurre F. Knight al solo rischio calcolabile; vedi nota 5.

[23] Dopo una fioritura culturale in epoca post-napoleonica, Firenze ebbe una rifioritura negli anni di Pareto in Toscana (anni che videro un'estensione del darwinismo in campo linguistico che lasciò tracce in Pareto). Fu in quegli anni che a Firenze, legata da forti rapporti culturali con l'Inghilterra, furono tradotti due libri inglesi famosi (Thornton 1870 e Cairnes 1874).

[24] Devo trascurare il debito di Pareto verso Pantaleoni. Dal 1891 fino al Cours, tale debito fu notevole, non fosse altro che per la ricchezza storico-bibliografica dei Principi di Pantaleoni (1889). Di un debito specifico (vedi nota 41) resterà una traccia anche nel Manuale di Pareto.

[25] Questa traduzione è pacifica: l'articolo su Cournot (Pareto 1892b), quello su Auspitz e Lieben (Pareto 1892c) fino al famoso saggio losannese sul massimo di utilità (Pareto 1894b), ripropongono in termini walrasiani dei problemi che erano stati al centro del polemismo etico-politico di Pareto valdarnese (anti-protezionismo, anti-interventismo statale, efficienza produttiva per vincere la miseria del Mezzogiorno e le residue arretratezze del restante d'Italia).

[26] Oltretutto, nei Principles di Marshall vi sono due note matematiche sull'equilibrio generale. Su di esse vedi il bell'articolo di Dimand (1990). Mi pare tuttavia che Dimand dimostri solo questo: se lo avesse desiderato, Marshall sarebbe stato matematicamente attrezzato per darci una teoria dell'equilibrio generale come quella di Walras. È ad ogni modo solo così che riesco a tradurre una protesta paradossale che Pareto generalmente sollevava quando qualcuno (specie se si trattava dell'amico Pantaleoni!) lo assimilava a Marshall perché ambedue matematici: «tutta l'economia matematica di Marshall è da me ritenuta errata» (1910 [1974a, vol. II, p. 482]).

[27] Sull'analisi parziale-generale di Marshall, vedi Zanni (1992b, pp. 50-52).

[28] È così che può interpretarsi una lettera di Pareto a Pantaleoni: «io non mi sono mai avvisto che il Marshall considerasse una nuova variabile (il prodotto); ma se ciò fosse si può considerare anche coi coefficienti di fabbricazione» (LPP, vol. I, p. 423). Pareto potrebbe infatti riferirsi al grafico dei Principles (ed. 1961, vol. I, p. 81) dove Marshall distingue fra una vera curva di offerta nella quale le economie esterne sono funzione della quantità prodotta e una curva delle spese particolari; una distinzione richiamata da Ricci (1951, p. 201) in un implicito dialogo con Sraffa (1925, p. 62). Vi è un'ovvia interpretazione alternativa di quella lettera: Pareto si riferiva alle funzioni di produzione dove fra gli argomenti figura anche la quantità prodotta al fine di scansare i rendimenti costanti delle funzioni omogenee di grado uno. Sennonché, la lettera di Pareto è del luglio 1895 e a quella data egli aveva già superato questo problema (Pareto 1895, p. 319): non ho elementi per affermare che Pantaleoni non se ne era accorto o se ne era dimenticato.

[29] Oggi sappiamo grazie a Raffaelli (1996) che quella distinzione fu una delle prime cose sulle quali Marshall, nel 1905, addestrò con esercizi matematici il giovane Keynes.

[30] Pareto era disponibile a cedere su questo punto ma richiamava l'attenzione su ciò che l'economia teorica avrebbe perduto. Il proprio epilogo è riassunto dallo stesso Pareto in Sociologie, §§2408-2409.

[31] Su questa comune eredità aggiungo qualcosa: Mill osservò (1865 [1866, p. 83]) e i coniugi Marshall (1879, p. 5) ripeterono (omettendo l'aggettivo fra parentesi) che «a person is not likely to be a good [political] economist who is nothing else», una massima estendibile a tutto Pareto. Sto dunque richiamando l'attenzione sul dissenso di Pareto da Marshall solo sul modo di sviluppare il messaggio sociologico di Mill. Oltretutto, Pareto e Marshall concordano su vari punti: i) Pareto ignorò il primo Mill metodologico (1834) mentre ammirò (salvo che per la teoria della probabilità) il secondo Mill metodologo (1843) e tenne a precisare (1892d, p. 67) che il proprio metodo sperimentale collimava col metodo deduttivo concreto di Mill (1843); dal canto suo, Marshall (1885) trovò il primo Mill metodologo (1834) iper-deduttivista e non corrispondente né al secondo Mill metodologo (1843) né a Mill economista; ii) se si aggiunge: che Marshall e Pareto furono aperti a tutte le metodologie e ebbero in antipatia le dispute metodologiche; che Pareto disapprovò le metafisicherie di Walras mentre ammirò la concretezza di Marshall, risulta meglio delimitato - così spero - il dissenso di Pareto di cui al testo.

[32] Mill (1843 [1862, vol. II, p. 48]) disapprova il termine sociologia mentre Pareto usa indifferentemente i due termini.

[33] Il progettato Trattato era così articolato: vol. I. Sociologia; vol. II. Economia pura senza matematica; vol. III. Economia matematica; voll. IV e V. Economia applicata (vedi Sensini 1948, p. 23). Questo progetto, mai realizzato, accarezzato nell'anno in cui Pareto pubblica il Manuale, rivela: i) che il Manuale non costituisce l'ideale trattato per Pareto benché esprima al meglio il suo talento creativo; ii) che nei voll. II e III Pareto voleva includere gli avanzamenti teorico-matematici successivi al Cours; iii) che Pareto avrebbe accentuato la nota dominante del Cours: l'esiguità dell'economia pura e matematica rispetto al resto.

Che per Pareto (contro un'opinione corrente) fosse il Cours e non il Manuale l'ideale trattato di Economia; che Pareto ritenesse il Cours ancora affetto da impurità "marshalliane", lo conferma la corrispondenza riguardante la sostituzione del Cours con i suddetti 5 volumi: «Toglieremo tutte le note matematiche perché avranno luogo nel volume dell'economia matematica [...]. Toglieremo tutta la parte sociologica, che avrà il suo posto nel volume della sociologia [...]. Per tal modo i due volumi presenti del Cours si ridurrebbero a uno. Ma aggiungeremo molte, moltissime notizie di storia economica, e non solo pel passato ma anche pel presente. Così avremo nuovamente due volumi, anche più grandi del presente» (Sensini 1948, p. 23).

[34] Nel 1888, nell'esprimere il desiderio di scrivere un Trattato di economia, Pareto distingue fra Economia razionale ed Economia (non politica bensì) sociale perché bisognosa dell'aiuto di tutte le discipline sociali (vedi Busino 1977, p. 817). Da una sua lettera (vedi Vailati 1971, p. 95) risulta che Pareto in Toscana continuerà a coltivare l'idea del Trattato («quando ero in Toscana volevo scriverlo in italiano»). Si noti che l'Economia sociale che nel 1888 Pareto preferisce all'Economia politica non ha niente a vedere col rifiuto di Pareto di insegnare Economia sociale a Losanna (LPP, vol. I, p. 386): nel 1888 Pareto sta pensando a Mill metodologo mentre a Losanna Pareto si rifiuta di insegnare una Economia sociale che interpreta come una disciplina ("walrasiana") a sfondo socialista.

[35] Chiamato anche, da Pareto, inizialmente, principio del minimo mezzo, postulato edonistico (che per Pareto non significò mai, come in Pantaleoni, comportamento egoistico: anche nel proprio periodo cardinalista, Pareto restò aperto alle più svariate motivazioni dell'azione; così anche Bruni 1998).

[36] Marshallizzazione di Walras da parte di Pareto: è un'espressione ellittica già usata dallo scrivente (Zanni 1992a), poi ripresa con assenso da Samuels (1992), per indicare un fatto sul quale Walras e Pareto parevano inizialmente d'accordo: Pareto aspirava e aveva le doti per rendere più terrena l'economia pura walrasiana.

[37] Vedi Busino (1977, p. 713). È noto che l'innovazione svolgerà un ruolo notevole nella sociologia di Pareto: chi non ricorda la sua contrapposizione fra l'"istinto delle combinazioni" e lo spirito del rentier? L'innovazione è uno dei fili di cui nel 1870-90 è intessuta anche la sua polemica politica: l'innovazione e l'intraprendenza fanno da spartiacque fra il liberalismo basato sulla responsabile iniziativa degli individui - il liberalismo prediletto da Pareto - e le varie forme di socialismo che Pareto osteggiava.

[38] Il libro III dei Principles di Marshall ("Wants and their satisfaction") è uno dei più densi di significato storico fra quanti ne furono scritti sull'argomento. Ritengo (Zanni 1986) che il famoso saggio di Keynes Economic Possibilities for our Grandchildren vi attinga a piene mani.

[39] Schumpeter è a tutti noto, preferisco riportare un brano di Knight (1921 [1960, p. 305]): «il processo economico produce tanto bisogni quanto beni per soddisfare bisogni esistenti, e l'ammontare dell'energia sociale dedicata alla prima e negletta fase di attività è molto grande e costantemente crescente». È da lamentare che il grosso dell'Economia neoclassica abbia perso di vista che una delle funzioni della produzione nelle società industrializzate è di tradurre in bisogni specifici i bisogni che dal lato del consumo sono allo stato latente, sono bisogni generici.

[40] Vedi l'interpretazione dello scrivente (Zanni 1987) di due grafici di Pareto (1892e, pp. 103-104).

[41] Mi riferisco al cap. III ("Dei bisogni"), in particolare al §3 ("Di una scala assoluta ecc.") di Pantaleoni (1889).

[42] Pareto tenne sempre separati il massimo di utilità collettiva privo di confronti interpersonali e il massimo di utilità collettiva implicante tali confronti. Nel Cours egli si occupò del primo massimo ma accennò a una certa omogeneità e simpatia ambientale quale condizione che rende meno arbitrari i confronti interpersonali (§646); essi risultano del resto fissati dalla funzione di benessere sociale nella nota aggiunta al §144 sulla quale ha richiamato l'attenzione Montesano (1991, pp. 121-122). È però solo in (1913a) che Pareto esplicita i criteri per rendere comparabili e sommabili le utilità eterogenee dei vari soggetti.

[43] Tutti i bisogni sono ridotti a un'unica sostanza, l'utilità. Quando la teoria del consumo si avvale delle curve d'indifferenza viene postulata l'indifferenza anche rispetto a un paniere di beni che contiene, poniamo, molte cravatte e così poco pane da non consentire la sopravvivenza.

[44] Georgescu Roegen (1954): vi si trova anche una rappresentazione della gerarchia dei bisogni mediante un ordinamento lessicografico.

[45] Senza entrare nel merito, constato che è proprio questo impoverimento dal lato dei bisogni e delle motivazioni umane (notoriamente care a Marshall e anche a Keynes) che porteranno Croce (1906) a ritenere che il purismo economico lasciava spazio a un'"economia filosofica".

[46] Vedi LPPZ, vol. I, pp. 238, 241, 319, 438, 461-462, 471, 507, 511-512, 518, 521, 543, 545, 547, 906.

[47] A giudicare dalla Sociologie (§2074 e passim) si direbbe che Pareto si tenne sempre aggiornato sugli sviluppi della meccanica statistica e della probabilità.

[48] Condivido Montesano quando dissente dall'interpretazione di Garegnani sulla teoria della capitalizzazione di Pareto. Ma per implicito anche Montesano (1970, p. 73) accetta l'interpretazione di Garegnani (1960, p. 233) secondo la quale Pareto include fra i capitali di nuova produzione anche i capitali di un nuovo tipo. Da un intervento di Montesano (1975, pp. 369-371) desumo che anche V. Dominedò condivideva tale inclusione.

[49] Nell'analizzare tale fenomenologia (Cours, §698, n. 2), Pareto commise un errore curioso che sfuggì a una lista di errori compilata da Wicksell (1897 e 1899). Ritengo infatti che Pareto ricorra a una serie di Fourier facendo oscillare i costi e i prezzi di Walras attorno al valore medio zero, per cui prezzi e costi assumono anche valori negativi: una cosa che sarebbe dispiaciuta a Walras e a Pareto se se ne fossero accorti. Si tratta di una di quelle distrazioni di cui Pareto, molto prima che con Pantaleoni, si disperava fin dal 1872 con la signora Peruzzi (LPPZ, vol. I, p. 94) quando alla Ferriera del Valdarno doveva eseguire dei calcoli.

[50] Vedi le due recensioni di Pareto (1974a, vol. I, pp. 275-288 e 443-457, in particolare p. 449).

[51] Diversamente da Proudhon e Marx, Pareto non ricorre alla dialettica, usa solo l'analisi; ma che il processo competitivo sia per Pareto inseparabile dal profitto del monopolista inventeur spero risulti chiarito dall'interpretazione dello scrivente (Zanni 1995) del tipo I e tipo II del Manuale di Pareto.

[52] Per qualche ulteriore considerazione, vedi Appendice I.

[53] Vedi da ultimo Whitaker (1990, pp. 36-42). Nel testo do per ovvio che Whitaker interpreta Marshall in modo diverso da Newman e Wolfe (1961) e da Sraffa (1925).

[54] Mi riferisco alla formalizzazione deterministica dell'equilibrio parziale di lungo periodo proposta da Newman e Wolfe (1961).

[55] Vedi Busino (1989, cap. II). Sui problemi elettorali dell'Italia di Pareto, vedi Ballini (1998).

[56] Quelli posti dai costi fissi; quelli posti dai prezzi costanti anziché mutevoli per dosi successive contrattate, e.g. Manuale, Manuel, cap. VI, §§44-48 e 58.

[57] Ibid., §§60-1.

[58] Nel Cours e altrove Pareto era stato più esauriente facendo rilevare: i) che per la produzione privata non basta dimostrare l'esistenza di un benessere massimo in regime di concorrenza, occorre considerare anche il costo delle "crisi"; ii) che per il socialismo (e anche qui Pareto precede Hayek) occorre considerare gli errori di previsione che saranno commessi anche in tale regime; che in generale i grossi errori si associano alla concentrazione e non alla dispersione del potere decisionale.

[59] A quella data valeva ancora quanto Pareto confessava nel 1893 ai socialisti: «Vedrei volentieri in qualche paese un esperimento socialista (più volentieri ancora, s'intende, un esperimento liberista) perché forse l'esperienza verrebbe a sciogliere alcuni quesiti che ora appaiono insolubili» (Pareto 1974a, vol. I, p. 605). Fra i quesiti da sciogliere c'era anzitutto se col collettivismo sarebbero scomparsi i "governanti parassiti" che Pareto scorgeva nell'involuzione oligarchica della "rivoluzione borghese italiana".

[60] Einaudi (1941 [1955, p. 281]). Di lì a poco, dopo avere tanto discusso con Croce (vedi Busino 1975) e anche con un proprio valoroso discepolo (Mauro Fasiani, un ferreo seguace dello sperimentalismo dell'ultimo Pareto), Einaudi finirà per concludere che l'economista, benché studioso di mezzi rispetto a fini dati, deve occuparsi anche dei fini.

[61] Vedi Pareto (1887 e 1888 [1974a, vol. I, pp. 219 e 282]) e quanto egli afferma ai Georgofili (Pareto 1889a): «Asserire che la protezione doganale ha per effetto diretto una distruzione di ricchezza ed asserire che è nociva ad un popolo sono due cose essenzialmente diverse. La prima proposizione appartiene alla scienza pura, ed ormai su di essa non può più cadere dubbio [...]. Ma la seconda proposizione è tutt'altro che evidente. Per giudicare se ad un popolo sia nociva od utile la protezione doganale occorre il soccorso non solo dell'economia politica ma altresì di tutte quelle altre scienze che nell'insieme costituiscono quel ramo dell'umano sapere denominato scienza sociale» (p. 313). Pareto invita in sostanza a riflettere sul difficile ma legittimo scambio fra gli effetti nocivi diretti e immediati del protezionismo, che appartengono all'evidenza certa, e i suoi effetti positivi indiretti e lontani, che appartengono invece al regno delle probabilità nebulose. Non meraviglia quindi che egli talvolta conceda molto ai protezionisti (vedi, e.g., il suo dialogo del 1920 con Pio Perrone, in Pareto 1974a, vol. II, pp. 580-588). Una conferma della natura non aprioristica dell'anti-protezionismo di Pareto lo suggerisce anche una denuncia che adombra una potenziale via italiana allo sviluppo preclusa da un protezionismo errato: «Italy is not an industrial country [also because] the government has undertaken to protect certain industries which do not contain within themselves the elements of success, and in doing this has sacrificed others which have developed naturally» (Pareto 1892a [1974b, p. 46]; inglese nell'originale). Dai suoi esempi si direbbe che egli confidasse molto nello sviluppo spontaneo delle imprese di taglia modesta legate all'abbigliamento, all'arte, al turismo d'arte e simili. Per quanto ne sappia, solo l'Einaudi (1913), nel commentare tutte le tesi protezionistiche ben argomentate, chiarì correttamente la posizione di Pareto sul protezionismo. Trovo invece scorretta l'intervista di Ferri e Racca (1923), apparsa dopo la morte di Pareto, dalla quale risulta che dopo la scoperta della sociologia Pareto si era convertito al protezionismo.

[62] Nel Proemio del Manuale, pagina VIII, riga 2, "produzione" va sostituita con "protezione".

[63] Eccettuate le Cronache apparse sul "Giornale degli economisti", gli scritti di Pareto in Toscana erano pressoché sconosciuti prima delle ricerche di Giovanni Busino.

[64] Neppure il suo anti-interventismo esprimeva una posizione a priori. Ancora in Toscana (1888), Pareto lo chiarì così: «This is not with me an a priori opinion but rather the summary of the conclusions forced upon me by innumerable facts; I will even add that I have often thought, in certain special cases, that the intervention of State might furnish a remedy for social diseases, but experience and a more attentive study of facts have always convinced me of my error» (1974b, p. 31; inglese nell'originale).

[65] Non sto solo pensando alle rivendicazioni, da parte di Pareto, dei diritti civili e politici cari al liberalismo radicale del suo tempo. Sto pensando anche agli scritti di Pareto sulla corruzione associata agli appalti di opere pubbliche; alla sua battaglia per la trasparenza dei bilanci pubblici e privati; alla sua irrisione dei collegi sindacali che essendo eletti dalle stesse assemblee che eleggono gli amministratori fanno tutt'uno con questi invece di sindacarne l'operato; alla sua denuncia delle imposte decise per decreto dal governo e solo dopo approvate dal parlamento; al suo auspicio di un organo di controllo come l'Alta Corte di Giustizia degli Usa.

[66] Con questo termine non intendo solo significare la consapevolezza del superamento della dicotomia Individuo/Stato per l'emergere di nuovi protagonisti intermedi. Intendo soprattutto significare una posizione culturale che valorizza anche il decentramento amministrativo al fine di arricchire la varietà dei giudizi, la dispersione del potere, cioè una società che garantisca a tutti l'uguaglianza delle opportunità senza deprimere le spinte individuali all'affermazione. Come si vede, questa visione lascia spazio alla ricompensa del merito: Pareto in Toscana ha sempre in mente, come Mill, il benessere del maggior numero e dei meritevoli anche se per lo più, quando scrive, si limita al maggior numero.

[67] Col Novecento non era più vero neppure quanto Turati, il leader dei socialisti italiani, scrivendo nel 1896 a Salvemini, osservava sulla solitudine politica e umana di Pareto: «Non ha per amici che i suoi nemici, cioè noi» (Salvemini 1968, p. 68).

[68] 1870-97 secondo Schumpeter (vedi le sue precisazioni in Swedberg 1991, p. 227). 1873-97 secondo Pareto (1913b e 1913c [Pareto 1974a, vol. II, p. 516]).

[69] Con finalità analoghe a quelle di Pareto, anche Hahn e Solow (1995) ricorrono al volterriano Pangloss.

[70] Del resto, che Pareto ritenesse Walras un grande economista ma non a proposito dalle previsioni è detto esplicitamente in Pareto (1894a, p. 264). Per un commento alle curve di inseguimento rinvio a Zanni (1992b) e alle belle pagine di Steiner (2000).

[71] Per quanto ne sappia, è nella Appendix H, §3, dei Principles di Marshall (1890 [1961, vol. I, p. 808]) che l'irreversibilità delle funzioni di costo (con la conseguente "sommersione dei costi") trova posto nella teoria economica: Pantaleoni e Maurice Clark sono successivi.

[72] Ho cercato di isolare uno dei tanti problemi di una Ferriera le cui difficoltà (per la documentazione, vedi Busino 1977) dipendevano più da proprie debolezze strutturali che da "congiunture" avverse. D'altra parte, il problema che ho posto non è separabile da un altro che, senza entrare nel merito, riformulo seguendo Pareto, facendo solo notare che il suo presupposto è l'incertezza ex ante sui punti di svolta congiunturali. Il ragionamento di Pareto è in sostanza questo: i) non conviene arrestare la produzione puntando solo sull'alleggerimento delle scorte e dei relativi interessi; ii) finché la domanda dei propri prodotti, unita a un calo dei prezzi delle materie prime, consente dei profitti, conviene continuare a produrre acquistando nuove materie prime, rimandando un graduale alleggerimento delle scorte (formatesi quando i prezzi delle materie prime erano alti) a fasi congiunturali favorevoli. Pareto partiva da questa sola certezza soggettiva; iii) una strategia che avesse puntato sull'arresto della produzione e sullo smantellamento delle scorte della Ferriera avrebbe portato a una rottura dei prezzi, a una concorrenza "al coltello". In altre parole, l'industria del ferro presentava una concentrazione oligopolistica e le vendite delle scorte della Ferriera del Valdarno non sarebbero state il famoso infinitesimo di Cournot rispetto alle vendite di tutte le ferriere.

[73] Vedi Jaffé (1965, vol. II, p. 483). Le conseguenze catastrofiche (per le piccole imprese e per la concorrenza) che Walras desumeva dall'esistenza dei costi costanti risultano chiarite nella nota 7, p. 476 del suddetto volume di Jaffé.

[74] Il mio confronto Pareto-Keynes è stato molto incompleto e devo rinunciare anche solo a sfiorare il seguente argomento: le analogie e le diversità fra gli equilibri successivi in Pareto e in Keynes. Ho altrove segnalato (Zanni 1996, p. 24) che a proposito della scomposizione delle cause di un dato fenomeno la conclusione di Pareto circa i vantaggi relativi delle tecniche matematiche e di una buona conoscenza di tutte le forze storiche in gioco sono analoghe a quelle, di ascendenza marshalliana, cui Keynes pervenne dialogando con Tinbergen. Posso solo aggiungere questo. Che gli effetti del protezionismo fossero difficilmente separabili dagli effetti di una depressione economica lo aveva già osservato Cairnes (1874) nel libro tradotto nella Firenze di Pareto; ed è con questo problema che Pareto, senza citare Cairnes, apre il suo articolo fiesolano su "The Economic Journal" (Pareto 1892f).

[75] Vi erano vari indizi per comprendere che per Pareto, oltre alla finanza pubblica, anche la moneta appartiene soprattutto all'Economia applicata e alla sociologia. Ad esempio, egli preferiva parlare di dis-funzioni e dis-servizi della moneta, patologie che legava ai vari contrasti fra le classi sociali, all'emergere e al declinare di élites. Per Pareto, inoltre, l'inflazione è un capitolo della finanza pubblica straordinaria. Si aggiunga che il solo libro notevole sulla borsa e sulla speculazione scritto in Italia fra le due guerre lo si deve a un discepolo di Pareto; e anche in De Pietri Tonelli (1923, p. 142) le asimmetrie informative sono paretianamente esemplificate con gli intrecci fra affaristi e politici. Se ne desume, insomma, che per Pareto la speculazione è un aspetto importante della vita economica e dei rapporti fra classi sociali. L'importanza per Pareto della speculazione la si desume anche da una sua reiterata critica: sia nel periodo fiesolano che nel Cours Pareto rimprovera la nuova scuola di economisti di trascurare le domande (manifestamente speculative) legate al prezzo da una relazione non inversa bensì diretta. Vedi anche solo Pareto (1892d, pp. 82-83). Della vasta letteratura italiana sulla finanza politico-sociologica di Pareto (da ultimo, vedi Bellanca 1993) segnalo Murray (1914) perché vi si legge (pp. 150-153) la prima esposizione corretta dell'ottimo paretiano in sociologia.

[76] È questo (vedi nota 2) il più lontano stimolo alla teorizzazione delle azioni non logiche.

[77] Pareto 1974a, vol. I, pp. 191-213. Le parentesi quadre vogliono ricordare che nella propria sociologia Pareto chiamerà speculatori, in contrapposto ai rentiers, quanti vivono di redditi incerti.

[78] Ovviamente, Pareto non è ancora pervenuto al surplus distribuibile/surplus equivalente sul quale Allais (vedi anche solo 1975) e Montesano (1991) hanno fornito contributi e precisazioni notevoli.