Dal sottoconsumo alle sproporzioni:
il caso Tugan-Baranovskij

Giorgio Colacchio*

"Rifacciamo insieme il cammino già percorso", riassunse Ernest. "Abbiamo visto che il lavoro può ricomprare, col suo salario, solo una parte del prodotto, e che il capitale non consuma il resto. Abbiamo visto, come, dopo che il lavoro ha consumato tutto ciò di cui ha bisogno, rimane ancora un eccesso disponibile. [...] Abbiamo esteso questo procedimento a tutti i paesi del nostro pianeta, fino a giungere alla conclusione che ogni paese, di anno in anno, di giorno in giorno, viene a disporre di un surplus non consumato. Ora torno a chiedervi: che cosa ne faremo di questa ricchezza in eccesso?". Anche questa volta nessuno rispose. "Sentiamo, Mr. Calvin", sollecitò Ernest. "Non ci arrivo", ammise Mr. Calvin.

"Non ci ho mai pensato", dichiarò Mr. Asmunsen. "Eppure è chiaro come un libro stampato".

J. London, Il tallone di ferro, Feltrinelli, Milano, pp. 118-119.

 

1. Introduzione

L’impatto che ebbe la pubblicazione della dissertazione dottorale di M.I. Tugan-Baranovskij  fu indubbiamente enorme. Particolarmente all’interno del filone teorico marxista le tesi ivi sostenute rappresentavano, in un certo senso, una piccola "rivoluzione copernicana" che minava alle fondamenta le posizioni sottoconsumistiche sostenute dagli epigoni di Marx, posizioni che facevano presagire come prossimo il declino della produzione industriale, essendosi ormai il capitalismo avviato verso un’inevitabile fase di depressione cronica, ovvero di stagnazione dell’attività produttiva. E come un pericoloso ma ingegnoso tentativo di stampo revisionista dovette quindi apparire ai massimi esponenti del marxismo internazionale, che si affrettarono immediatamente a recensire l’opera facendola oggetto di sferzanti critiche: se infatti, ad esempio, tanto Kautsky in Germania che Boudin in America riconoscevano l’enorme acume e la profonda capacità analitica dell’autore russo , entrambi mettevano in guardia il lettore dalla sottile operazione revisionistica che egli conduceva, concordando nel ritenere che "gli schemi di Tugan non dimostrano un bel niente"  e che anzi "la sua teoria [...] è una grossissima sciocchezza" .

A questa "grossissima sciocchezza", divenuta poi famosa con il nome di teoria delle crisi da sproporzione, e di cui l’autore fu convinto assertore per il resto della sua vita, è rimasta indissolubilmente legata la figura di Tugan-Baranovskij. Egli, cozzando contro quella particolare esegesi dell’opera marxiana che individuava nel "limitato consumo delle masse" la causa scatenante delle crisi economiche (e quindi il fattore determinante per la spiegazione della dinamica dell’economia capitalistica), sosteneva invece:

a) l’irrilevanza del livello del consumo sociale nel processo di accumulazione (riproduzione allargata) del capitale;

b) la fondamentale centralità del settore producente mezzi di produzione, in quanto principale e determinante fattore d’espansione del sistema economico;

giungendo quindi, attraverso una dimostrazione analitica mutuata dagli schemi marxiani del secondo volume del Capitale, all’affermazione che rappresenta la stilizzazione classica della teoria delle sproporzioni:

allorché la produzione sociale è proporzionalmente ripartita, nessuna riduzione del consumo e della domanda di oggetti di consumo può provocare sul mercato una superiorità dell’offerta sulla domanda .

Oggetto di questo saggio non è comunque quello di registrare storicamente il dibattito che ebbe luogo agli inizi del ventesimo secolo all’interno del più generale filone teorico delle "crisi di realizzo", né tantomeno di ricostruire e delineare il profilo ed il contributo teorico di questo particolare economista, "un uomo eccezionale per la sua singolarità, le sue molteplici sfaccettature, le sue doti naturali e l’altezza della sua cultura" . Il nostro principale intento è infatti di tipo analitico, e risiede nella verifica rigorosa delle proposizioni ed intuizioni tuganiane attraverso la quale mostreremo come queste rappresentino la prima critica compiuta e definitiva di ogni spiegazione sottoconsumistica sia delle crisi economiche, sia, più in generale, della dinamica dell’economia capitalistica.

Dal momento che il sostrato teorico della nostra ricerca, il suo elemento di coesione interna, rimane comunque la teoria marxiana, che rappresenta infatti il luogo d’origine più definito da cui dipartono le due differenti versioni delle crisi in esame (teoria che anche per un autore dalla formazione estremamente eclettica e composita come Tugan-Baranovskij rappresenta sempre il termine di riferimento principale ) sarà necessario dedicare ad essa una brevissima digressione . A questo scopo, tra le varie e numerose indicazioni presenti nella produzione teorica marxiana, può risultare conveniente ed agevole (anche solo per motivi di spazio) fare riferimento al capitolo XVII delle Teorie sul plusvalore che rappresenta, a nostro parere, un vero e proprio "condensato" delle riflessioni di Marx sulle crisi economiche. Tale capitolo, come è noto, era dedicato a confutare la teoria dell’accumulazione di Ricardo, teoria fondata in maniera rilevante sull’operare di quella "assurda legge di Say" , come Marx si esprimeva, che conduceva l’economista inglese a negare la possibilità stessa di una sovrapproduzione generale. Se questa legge  poteva infatti essere accettata, come lo stesso Marx aveva fatto, ad un livello elevato di astrazione (l’analisi del capitale in generale), essa andava necessariamente rimossa nell’analisi di breve-medio periodo  all’interno del quale nulla poteva assicurare, recuperando un vecchio concetto smithiano, l’identità tra effectual demand ed offerta aggregata e quindi tra il valore delle vendite ed il costo di produzione .

È quindi la produzione che non si conferma immediatamente nella circolazione, l’individuazione della possibilità di contraddizione insita nel rapporto fra valorizzazione del capitale nella produzione e sua realizzazione nella circolazione; ne emerge allora che

niente si oppone a che tutte le merci si trovino in eccedenza sul mercato e scendano pertanto al di sotto del loro prezzo. È quel che accade appunto al momento della crisi. Cioè tutte le merci, eccettuato il danaro possono essere in eccedenza .

In tal modo Marx aveva delineato correttamente le possibilità e le condizioni dell’interruzione del processo di circolazione insite in una qualunque economia monetaria, nella quale, come ammoniva, "il commercio (trade) non è baratto (barter) – e quindi – il venditore di una merce non è necessariamente, nello stesso tempo, compratore di un’altra" , fungendo inoltre la moneta non soltanto da mezzo di pagamento, ma anche da riserva di valore .

D’altra parte, come veniva immediatamente riconosciuto,

queste sono puramente forme, possibilità generali di crisi e quindi nient’altro che forme astratte della crisi reale. In esse, l’esistenza della crisi appare nelle sue forme più semplici e nel suo più semplice contenuto, in quanto la forma stessa è il suo contenuto più semplice. [...] Non è quindi possibile spiegare perché la contraddizione in esse contenuta in potentia appaia in actu come tale soltanto con le forme stesse.

Il nodo del problema veniva quindi acutamente chiarito: spiegare le crisi reali con queste forme elementari "significa spiegare l’esistenza della crisi esprimendone l’essenza in forma astratta, cioè spiegare le crisi con le crisi" . Ciò che dà contenuto alla possibilità formale, ciò che le conferisce una base reale risiede nella specificità del processo di riproduzione del capitale, che è unità dialettica di produzione e circolazione e quindi nel

movimento reale della produzione capitalistica, della concorrenza e del credito, come risulta dalle determinazioni formali del capitale che gli sono proprie in quanto capitale e non sono incluse nella sua semplice esistenza come merce e danaro .

La crisi, quindi, è crisi capitalistica, e soltanto indagando le determinanti di questo modo di produzione è possibile comprenderne e spiegarne le cause .

Marx a tal proposito era estremamente chiaro: il "limite della produzione è segnato dal profitto dei capitalisti, non dal fabbisogno dei produttori" , e perciò, problemi di carenza di domanda effettiva potranno derivare soltanto da essi, in quanto, quel

che in realtà producono gli operai è il plusvalore. Finché lo producono possono consumare. Non appena il plusvalore cessa, cessa anche il loro consumo, perché cessa la loro produzione .

È evidente allora che analizzare le ragioni dell’interruzione del processo di riproduzione vorrà dire indagare sul legame esistente tra decisioni di investimento, saggio del plusvalore e, più in generale, saggio di profitto.

Siamo così giunti all’argomento centrale del nostro saggio: se infatti Marx aveva chiaramente individuato il carattere specifico della crisi capitalistica, consistente nell’arresto del processo di riproduzione, e quindi nell’interruzione del processo di circolazione, dovuto alla contrazione del saggio del plusvalore , restavano da spiegare le cause che periodicamente comportavano variazioni di quest’ultimo, imprimendo una dinamica ciclica all’economia capitalistica; questo, che è uno dei punti certamente più controversi dell’esposizione marxiana, ha dato adito, come è noto, a diverse interpretazioni  e rappresenta il luogo d’origine della diatriba teorica interna al filone delle "crisi di realizzo" oggetto di questo saggio.

Basandosi su alcuni cenni sparsi in particolar modo nel III libro del Capitale , ove Marx stigmatizzava la contraddizione immanente al capitalismo tra l’espansione accelerata della produzione e la sempre più limitata capacità di consumo delle masse (e sulla scia dell’interpretazione di Engels ), i maggiori esponenti del marxismo internazionale agli inizi del XX secolo , come K. Kautsky e R. Luxemburg in Europa e L. Boudin in America, avevano ravvisato proprio in questa discrepanza il limite fondamentale dell’economia capitalistica, riconoscendo perciò nel sottoconsumo l’unica causa (e l’unica vera spiegazione marxiana) delle crisi economiche.

Contro queste posizioni Tugan-Baranovskij avrebbe scagliato la sua critica radicale: seppur anch’egli, come abbiamo detto, identificasse sostanzialmente la teoria marxiana delle crisi con il sottoconsumo, riteneva comunque che in essa fossero rinvenibili indicazioni estremamente più feconde che però, presenti solo in nuce, necessitavano di una ben più approfondita indagine teorica . Queste erano da ricercarsi negli schemi di riproduzione del II libro del Capitale che dimostravano in contraddizione manifesta con la teoria marxista dominante, come Tugan si proponeva di svelare, l’irrilevanza del livello del consumo sociale nel processo di accumulazione del capitale e quindi l’unica vera ragione delle fluttuazioni economiche: la sproporzione tra i diversi settori della produzione sociale dovuta alla mancanza di organizzazione e pianificazione economica, caratteristica fondamentale ed intrinseca del modo di produzione capitalistico.

2. La teoria delle crisi da sottoconsumo

Come scriveva K. Kautsky nel 1902:

il modo di produzione capitalistico porta necessariamente da un lato a limitare il consumo personale dei capitalisti e dall’altro, proprio in conseguenza di ciò, ad aumentare costantemente i mezzi di produzione e ad elevare continuamente la produttività del lavoro, e quindi a espandere senza sosta la produzione di beni di consumo. A questo punto il sottoconsumo degli sfruttati non viene più compensato da un corrispettivo consumo personale degli sfruttatori. Sta qui la ragione della costante spinta alla sovrapproduzione, insita nell’attuale modo di produzione. I capitalisti e i lavoratori da essi sfruttati offrono ai beni di consumo prodotti dalla grande industria capitalistica un mercato in continua espansione, con l’aumento della ricchezza dei primi e del numero dei secondi, ma è un’espansione che non tiene il passo col ritmo di crescita dell’accumulazione del capitale e della produttività del lavoro e quindi il mercato stesso è di per sé insufficiente .

In questo lungo brano sono rinvenibili gli elementi fondamentali che costituiscono il nucleo delle tesi sottoconsumistiche. La principale causa delle crisi economiche, secondo questa posizione teorica, risiede nella tendenza, immanente al capitalismo, dell’offerta dei beni di consumo a superare costantemente la domanda degli stessi, dato lo scarso potere di acquisto delle masse; le crisi, quindi, sono direttamente connaturate a questo modo di produzione, essendo il risultato di una distribuzione antagonistica del prodotto sociale che, come del resto lo stesso Marx aveva affermato, "riduce il consumo della grande massa della società ad un limite che può variare solo entro confini più o meno ristretti"  a fronte del continuo sviluppo delle forze produttive, e quindi dell’offerta di merci, accentuandosi così "il conflitto fra le condizioni in cui questo plusvalore è prodotto e quelle in cui invece è realizzato" .

Possiamo quindi delineare, sinteticamente, le linee generali che definiscono il campo della teoria delle crisi da sottoconsumo: se il fine ultimo del processo produttivo è comunque quello di produrre beni per il consumo umano, e se è intrinseco al capitalismo, suo carattere organico, l’impulso ad accumulare e quindi ad espandere la capacità produttiva, l’offerta di questi ultimi deve aumentare costantemente; dal lato della domanda invece si assisterà ad una progressiva contrazione, dati i processi di intensificazione della composizione organica connessi agli aumenti costanti della produttività , in quanto, seguendo sempre Marx,

la popolazione operaia non può aumentare i suoi consumi oltre certi limiti molto ristretti, e d’altronde, nella stessa misura in cui si sviluppa il capitalismo, diminuisce la domanda di lavoro, relativamente, sebbene cresca assolutamente .

Questo indebolimento progressivo della capacità di consumo, manifestandosi sottoforma di impossibilità di realizzare il plusvalore prodotto, si traduce necessariamente in interruzione del processo di circolazione, sovrapproduzione generale, e quindi crisi .

Una delle più famose formulazioni moderne della teoria del sottoconsumo resta quella fornita da P.M. Sweezy  nel 1942: conviene qui riportarla brevemente in quanto, nel tentativo di esplicitare e dimostrare rigorosamente le tendenze alla sovrapproduzione di beni di consumo presenti nei sistemi capitalistici avanzati, questo autore riassume in maniera esemplare le maggiori tesi ed implicazioni delle varie formulazioni della teoria del sottoconsumo; inoltre tale trattazione si dimostrerà estremamente rilevante ai fini di una comprensione adeguata del contributo di Tugan, nei confronti del quale a nostro parere l’economista americano è stato certamente uno dei critici più spietati e sicuramente, come vedremo, il maggior responsabile di un’interpretazione quantomeno distorsiva e banalizzante.

Il modello aggregato proposto da Sweezy è composto da due classi: i lavoratori salariati, che consumano interamente il loro reddito, ed i capitalisti che invece consumano ed investono; l’assunzione centrale consiste nel supporre che nel processo di riproduzione allargata i capitalisti, nel tentativo di perseguire i maggiori profitti possibili, agiscano individualmente aumentando la composizione tecnica del capitale in modo tale da innalzare la produttività media, traducendosi ciò, per l’intero sistema, nell’aumento della composizione in valore del capitale sociale totale. Essendo poi, come abbiamo già accennato, connaturato al capitalismo l’impulso ad accumulare, una quota sempre maggiore dei profitti verrà destinata all’accumulazione e, per quanto detto precedentemente, di questa quota una parte sempre crescente sarà investita (in capitale costante). Per ultimo, anticipiamo che Sweezy assume una relazione tecnica tale per cui il rapporto tra mezzi di produzione e beni di consumo prodotti è costante.

1) , definizione di reddito nazionale netto come somma di consumi () ed investimenti ();

2) = +, ove = massa salariale totale e = consumo totale dei capitalisti. Il comportamento di questi ultimi è descritto dalle seguenti relazioni:

3) = (), tale che 0 < < 1 e < 0;

4) =(), tale che: 0 < < 1 e < 0.

Definito con il rapporto di equilibrio capitale costante/beni di consumo prodotti, si ha:

5) = (+), ove è lo stock di capitale di equilibrio, da cui si ricava una funzione degli investimenti alla Samuelson con acceleratore rispetto al consumo :

6) . Il sistema si troverà su un sentiero di crescita equilibrata se = " t.

Con una serie di semplici passaggi (derivando due volte rispetto al tempo la 1) e la 5) e sostituendo in quest’ultima il valore di ) si ottiene:

7) =().

Posta l’ipotesi fondamentale che nei paesi capitalistici maturi sia £ 0 la 7) ci informa che < 0 comportando che :

8) < 0, e cioè che l’investimento di equilibrio deve essere decrescente nel tempo. L’investimento effettivo lo si ottiene invece direttamente dall’equazione del reddito nazionale; con dei semplici passaggi è allora facile realizzare che:

9) > 0 e pertanto si evince che:

10)¹ .

Da questo modello emergerebbe allora la contraddizione fondamentale del capitalismo:

I capitalisti tendono ad aumentare il saggio di investimento (>0), ma il modo in cui essi concedono al consumo di aumentare permette soltanto un saggio decrescente di investimento (<0). Quindi se il saggio di investimento aumenta effettivamente, la produzione dei beni di consumo svilupperà una tendenza incessante a sorpassare la domanda .

Ovviamente, come abbiamo visto, tale conclusione è valida nell’ipotesi <0; se al contrario, fosse positivo, e questo è il caso di un paese capitalistico giovane , non sarebbe possibile determinare univocamente il segno di, che potrebbe benissimo essere positivo e tale da uguagliare il saggio di incremento dell’investimento effettivo.

Gli aspetti propriamente formali di questo modello sono stati attentamente vagliati e criticati, come è noto, da N. Georgescu-Roegen in un articolo del 1960 , e ad esso rinviamo il lettore interessato. Almeno una conclusione fondamentale cui l’economista rumeno perveniva merita comunque di essere sottolineata: qualunque interpretazione si segua, la definizione di reddito nazionale netto fornita da Sweezy non comprenderebbe l’accumulazione del capitale variabile, incorrendo in tal modo (e non è forse una coincidenza casuale) nello stesso errore di R. Luxemburg (nell’Accumulazione del Capitale), errore che l’economista americano stesso aveva riconosciuto e stigmatizzato .

3. Dal sottoconsumo alle sproporzioni: la critica di Tugan-Baranovskij

Dal momento che "l’insieme degli sbocchi di una data merce si chiama il mercato di questa merce" , Tugan-Baranovskij così delineava il campo d’indagine per lo studio delle fluttuazioni dell’economia capitalistica:

Nelle condizioni dell’economia capitalistica, la difficoltà non è di produrre, ma di trovare lo smaltimento (l’écoulement), gli sbocchi [...] Il mercato è quindi la forza centrale che regola tutta l’economia capitalistica, e la sua insufficienza, che si fa costantemente sentire all’interno della produzione capitalistica, è la fascia elastica che ne ostacola lo sviluppo. Ma da dove proviene questa insufficienza degli sbocchi, questa difficoltà dello smaltimento, la quale fa si che la produzione capitalistica pressi sempre il mercato, essendo costantemente superiore alla domanda? Questo è precisamente il problema degli sbocchi, problema importante e difficile, contro il quale la scienza economica si è da lungo tempo accanita invano .

Con la sua "soluzione del problema degli sbocchi" , l’economista russo si propose di colmare questa grave lacuna dell’economia politica classica, giungendo, attraverso una critica radicale delle tesi sottoconsumiste, ad elaborare una diversa analisi del disequilibrio dell’economia capitalistica, divenuta poi nota con il nome di teoria delle crisi da sproporzione. In breve quest’ultima sosteneva che, se è rispettata la corretta proporzione tra i diversi rami di produzione ovvero la giusta ripartizione del lavoro sociale tra i settori produttivi, il sistema economico può espandersi indefinitamente senza che intervenga alcun problema di carenza di domanda effettiva, e ciò per quanto basso possa essere il livello del consumo sociale, ed anzi anche in presenza di una sua diminuzione assoluta: "con la ripartizione proporzionale della produzione sociale, l’equilibrio persiste tra l’offerta e la domanda, quale che sia la riduzione del consumo" .

Essendo però la mancanza di organizzazione e pianificazione economica una caratteristica fondamentale connaturata al capitalismo, in quanto le scelte degli imprenditori sono ampiamente discrezionali ed il sistema dei prezzi opera sì un regolamento, ma soltanto ex post, tale precisa proporzione è di difficile ed improbabile realizzazione: la sua assenza dovrà allora tradursi, necessariamente, in crisi economica, differendo la composizione della domanda dalla composizione dell’offerta complessive. Come Tugan si esprimeva:

il capitalismo non possiede alcuna organizzazione che permetta di realizzare questa proporzionalità. Da qui sorgono le crisi industriali [...] l’assenza di un’organizzazione qualunque al fine della ripartizione proporzionale della produzione gioca all’interno dell’economia capitalistica il ruolo di una fascia elastica che pressa costantemente la produzione e gli impedisce di sviluppare tutte le sue forze [...] il capitalismo fa il più grande sforzo nel ricercare un’approssimazione di questa proporzionalità; ci arriva attraverso le crisi e la soppressione delle imprese il cui sviluppo è stato eccessivo .

Per dimostrare come le sproporzioni fossero l’unica causa delle crisi economiche, mostrando quindi come il livello del consumo sociale non avesse alcun ruolo rilevante nella spiegazione della dinamica dell’economia capitalistica, Tugan-Baranovskij adoperò gli schemi di riproduzione marxiani del II libro del Capitale (aggiungendovi un terzo settore producente "beni di lusso" appannaggio dei capitalisti): possiamo pertanto immediatamente passare ad illustrare la logica del funzionamento di questi schemi in modo da enucleare il fulcro della posizione teorica tuganiana, partendo dall’analisi delle condizioni di equilibrio di riproduzione allargata di un sistema economico capitalistico a due settori. L’eliminazione del terzo settore, come dovrebbe risultare chiaro in seguito, non comporta infatti alcuna modificazione qualitativamente rilevante nei risultati, ma rende dal punto di vista formale l’esposizione meno complicata .

Quando non diversamente specificato, la simbologia adoperata ha il seguente (consueto) significato :

Ci= valore del capitale costante consumato nella produzione, nel settore i-esimo; Vi= capitale variabile, ovvero è la somma spesa in salari nel settore i-esimo; Si= plusvalore prodotto nel settore i-esimo. Tutte queste grandezze sono chiaramente specificate su di un arco temporale pari alla lunghezza di un ciclo produttivo ("un anno" nell’esposizione tuganiana), prescindendo in tal modo dal problema della rotazione del capitale . I modelli che presenteremo possono pertanto essere interpretati come modelli a solo capitale circolante, ovvero modelli in cui il capitale fisso ha una durata pari alla lunghezza di un ciclo produttivo .

Queste le ipotesi rilevanti comuni a tutti i modelli:

a) il sistema economico è formato da due settori che producono, rispettivamente, il primo beni capitale, il secondo beni di consumo, impiegando entrambi capitale e lavoro;

b) i salariati consumano interamente il loro reddito, i capitalisti consumano ed investono in base a specificate funzioni aggregate di investimento.

1) = valore della produzione lorda del settore i-esimo (i = 1,2);

2) saggio del plusvalore (supposto costante per ogni settore);

3) composizione in valore del capitale (supposta costante per ogni settore);

4) saggio del profitto;

5) funzioni di investimento dei capitalisti (0£ £ 1).

Riscrivendo la 5) per si ottiene un’equazione alle differenze finite del primo ordine la cui soluzione descrive l’evoluzione dinamica (monotonica crescente) del capitale variabile:

6) , da cui sostituendo nella 1) si ricava:

7) , e si può notare come se il saggio di crescita sarà pari al saggio del profitto (golden rule dell’accumulazione). Le condizioni d’equilibrio per la riproduzione allargata saranno:

8)

Per la legge di Walras possiamo esaminare una sola equazione; posto allora , otteniamo (dalla prima delle 8) la condizione di crescita proporzionata del sistema:

9) ;

affinché la 9) sia rispettata è allora necessario che:

10) ; se queste due condizioni saranno rispettate , il sistema si svilupperà in crescita bilanciata al tasso .

In questa prima esposizione è contenuta in nuce la teoria delle crisi da sproporzione. Le condizioni 10) che abbiamo evidenziato, sono le condizioni necessarie e sufficienti affinché l’intero sistema economico si muova lungo un sentiero di crescita equilibrata ad un tasso costante, senza alcun problema di carenza di domanda aggregata, e ciò per quanto basso possa essere il livello iniziale della produzione del II settore; è però del resto lampante come sia praticamente impossibile che un sistema non pianificato, quale il capitalismo, possa rispettare tali proporzioni stabilmente; da ciò sorgono le perturbazioni generali che sconvolgono l’attività economica, con l’interruzione del processo di circolazione che da un punto si estende a catena a tutti i settori, conducendo alla diminuzione del saggio di profitto e quindi dell’occupazione; in breve è la crisi da sproporzione.

Se queste complesse condizioni di proporzionalità sono invece rispettate, il sistema si muoverà lungo un sentiero di crescita equilibrata, senza che possa intervenire alcun problema di sovrapproduzione di beni di consumo derivante dalla carenza di domanda aggregata (dato "il limitato consumo delle masse"), in quanto, come risulta immediatamente evidente, il livello assoluto e relativo della produzione del II settore non pone alcun limite al processo di riproduzione allargata: i beni di consumo prodotti saranno sempre interamente consumati nell’arco temporale di un ciclo produttivo. L’unica causa delle crisi economiche andrebbe allora ricercata, come abbiamo già detto, nella sproporzione tra le diverse branche della produzione sociale, conseguenza necessaria di quell’anarchia della produzione connaturata al modo di produzione capitalistico.

4. L’osservazione di Kautsky e la "traversa" di Tugan-Baranovskij

Tugan, come abbiamo anticipato, non soltanto voleva dimostrare quale fosse l’unica causa delle crisi, ma anche evidenziare l’irrilevanza e l’ininfluenza del livello del consumo nel processo di riproduzione allargata, affermando infatti che

con una ripartizione proporzionale della produzione sociale, nessuna riduzione del consumo sociale può provocare la formazione di un eccesso di produzione .

La dimostrazione tuganiana di questo assunto venne condotta, nell’opera sulle Crisi industriali in Inghilterra, attraverso la comparazione di uno schema di riproduzione semplice con uno di riproduzione allargata: a parità di produzione totale, nel secondo il livello del consumo risultava necessariamente ridotto della parte di plusvalore capitalizzata (in mezzi di produzione), mantenendosi più basso anche nel secondo e terzo anno di espansione del sistema economico. In tal modo, l’economista russo poteva affermare che

se si comparano i due schemi, si osserva un’estensione della produzione sociale e, nello stesso tempo, una riduzione del consumo sociale, senza che si abbia rottura dell’equilibrio fra la domanda sociale e l’offerta sociale .

Tugan-Baranovskij partendo da ciò si spinse oltre, affermando che l’accumulazione poteva proseguire ininterrottamente e senza disturbi anche in presenza di un saggio di crescita dell’offerta dei beni di consumo pari a zero, o addirittura negativo , purché sempre determinate proporzioni fossero rispettate, ovvero purché la diminuzione assoluta dei beni di consumo prodotti venisse controbilanciata da un aumento degli investimenti. Ed è proprio ciò che, del resto, accadrebbe nella concreta dinamica dell’economia capitalistica ove

di pari passo con i progressi compiuti dalla tecnica, l’operaio è sempre più rimpiazzato dai mezzi di produzione, dalla macchina [...] L’operaio è ricacciato in secondo piano dalla macchina, e di conseguenza il mercato creato dal consumo produttivo dei mezzi di produzione ricaccia in secondo piano il mercato creato dal consumo dell’operaio. L’insieme degli sbocchi non è diminuito, ma la domanda sociale cambia natura, la domanda di mezzi di produzione sostituendo la domanda di oggetti di consumo .

Così l’economista russo arrivava a dipingere, in un famosissimo passo che conviene qui riportare, quel quadro estremo e paradossale rappresentante una diminuzione assoluta e progressiva del livello del consumo sociale:

non si trova alcuna eccedenza di prodotto, per la ragione che la riduzione della domanda degli oggetti di consumo è compensata dall’aumento della domanda di mezzi di produzione. Ci si può domandare quale sarà l’impiego dei mezzi di produzione se la domanda degli oggetti di consumo diminuisce. La risposta non offre difficoltà. I mezzi di produzione saranno a questo punto consumati sempre più per la produzione di nuovi mezzi di produzione. Che tutti gli operai, meno uno, siano rimpiazzati dalle macchine. Quest’unico operaio farà allora marciare tutta la massa colossale delle macchine, e con queste produrrà nuove macchine e oggetti di consumo per la classe dei capitalisti [...] È ancora possibile che condotti dalla loro passione ad accumulare, i capitalisti vogliano ridurre il loro consumo [...] La produzione avrà, in questo caso, per unico fine l’accumulazione del capitale. Va da sé che per verità non intendo certamente questa ipotesi arbitraria e che non corrisponde minimamente alla realtà, secondo la quale la sostituzione dell’operaio con la macchina potrebbe condurre alla quasi-soppressione degli operai (mi sono servito di questa ipotesi per mostrare come la mia teoria resti valida anche nelle sue deduzioni più estreme), ma la tesi che sostiene che con una ripartizione proporzionale della produzione sociale nessuna riduzione del consumo sociale può provocare la formazione di un eccesso di produzione .

La dimostrazione (condotta sugli schemi di riproduzione) che abbiamo esposto sollevò comunque una fondamentale e corretta critica da parte di Kautsky:

Gli schemi di Tugan ci mostrano un unico caso nel quale può aversi una contrazione del consumo senza crisi: nel passaggio dalla riproduzione semplice a quella allargata. Questo unico caso assurge in Tugan a tipo della realtà capitalistica; e oltre tutto è un caso che in questa realtà non si verifica mai .

Quindi bisognava mostrare in che modo il consumo sociale potesse diminuire (relativamente o assolutamente) e nel contempo l’espansione equilibrata del sistema economico procedere senza interruzioni e perturbazioni, partendo da uno schema di riproduzione allargata. Questo è quanto Tugan-Baranovskij fece nell’opera successiva, Fondamenti teorici del marxismo , ove, rispondendo proprio alla critica di Kautsky che abbiamo riportato, veniva sviluppato uno schema di riproduzione allargata in presenza di una diminuzione assoluta del consumo sociale dovuta all’abbassamento progressivo dei salari reali (al tasso costante del 25% "per anno"), restando immutato il consumo dei capitalisti.

Riportiamo rapidamente l’esposizione numerica tuganiana , ricordando che l’economista russo lavorava su schemi di riproduzione trisettoriali, in cui il primo dipartimento produce beni capitale, il secondo beni di consumo per i lavoratori (beni salario) ed il terzo beni di consumo ("beni di lusso") per i capitalisti:

Primo anno

Secondo anno

Terzo anno

I 1632C + 544V + 544S = 2720

II 408C + 136V + 136S = 680

III 360C + 120V + 120S = 600

I 1987,4C+496,8V+828,1S=3312,3

II 372,6C + 93,2V + 155,2S = 621

III 360C + 90V + 150S = 600

I 2585,4C+484,6V+1239S = 4309

II 366,9C+68,9V+ 175,5S = 611,3

III 360C + 67,5V + 172,5S = 600

Attraverso questo schema l’autore poteva così dimostrare come

l’allargamento della produzione sociale va di pari passo con la diminuzione del consumo sociale; la domanda e l’offerta di prodotti restano però in una situazione di perfetto equilibrio .

Conviene rimarcare, brevemente, le caratteristiche rilevanti del modello esposto:

a) I salari reali, come abbiamo detto, decrescono al saggio costante annuo del 25% uniformemente in tutti i settori.

b) Il consumo totale dei capitalisti è costante, risultando pari al 75% del plusvalore complessivo dell’anno di partenza: in tal modo il tasso di crescita del terzo settore è pari a zero.

c) L’aumento della composizione in valore che cresce ad un saggio, in ogni settore, prossimo al 33,3% annuo, riflette quasi esclusivamente la diminuzione dei salari reali, potendo ritenersi pertanto la composizione tecnica del capitale costante (in ogni dipartimento) .

d) Sotto tali assunzioni il primo settore presenta un saggio di crescita accelerata, e ciò non soltanto perché il saggio di plusvalore aumenta continuamente (essendo il consumo dei capitalisti costante, ciò implica un medesimo continuo aumento della sua frazione investita), ma anche perché, affinché il sistema economico si sviluppi proporzionalmente, nel primo settore devono essere trasferite (ed investite) le eccedenze di plusvalore che si formano negli altri due settori:

la diminuzione dei salari e la stasi del consumo dei capitalisti portano ad una riduzione dei capitali investiti nei due ultimi settori di produzione, ed al loro trasferimento nel primo settore, il quale registra una notevole espansione .

Per un’analisi più approfondita della formulazione numerica tuganiana rimandiamo direttamente al testo citato ; conviene comunque anticipare che i risultati cui Tugan-Baranovskij pervenne (come dovrebbe risultare evidente) dipendevano strettamente dai saggi di variazione ipotizzati e fondamentalmente dal colossale abbassamento presupposto per i salari reali, attraverso il quale malgrado il numero totale dei lavoratori occupati nel sistema presenti una tendenza al continuo aumento , esso risulta più che compensato dall’enorme diminuzione della retribuzione della forza lavoro, riflettendosi ciò nella flessione del consumo sociale .

Non dovrebbe sfuggire al lettore la rilevanza di questa esposizione tuganiana: essa rappresenta infatti un notevole esercizio di analisi dinamica non proporzionale (uno dei primi che sia dato rinvenire esplicitamente nella storia del pensiero economico), esercizio che si condensa, come abbiamo visto, in un’anticipazione di quella ricerca hicksiana di una traversa  lungo la quale possano realizzarsi i necessari trasferimenti compensativi intersettoriali che garantiscono il mantenimento dell’equilibrio economico.

Quanto ci proponiamo adesso è di investigare, in termini analitici generali, le condizioni di equilibrio di un sistema economico bisettoriale sotto il vincolo, meno estremo, che il saggio di crescita del II settore (che produce beni di consumo) sia pari a zero, mentre il saggio di crescita del I settore (che produce mezzi di produzione) viene comunque supposto positivo. Le ipotesi fondamentali sono :

1) Costanza del consumo dei capitalisti () in entrambi i settori, ovvero la frazione del plusvalore da questi destinata al consumo rimane sempre la stessa (" t); per il II settore, inoltre, essa sarà pari all’intero plusvalore ivi prodotto, dovendo l’investimento netto, per ipotesi, essere pari a zero;

2) composizione in valore del capitale (K = C/V) e salario (w) costanti per il I settore ;

3) valore unitario del bene capitale (p) e lunghezza "dell’anno lavorativo" (L) costanti per entrambi i settori .

È evidente, comunque, come nelle ipotesi suddette la composizione in valore del II settore non potrà essere costante: se così fosse l’unica proporzione compatibile sarebbe quella di riproduzione semplice. La possibilità che il nostro sistema si muova lungo un sentiero dinamico di crescita non proporzionale è individuabile infatti nella continua "migrazione" di capitale variabile dal secondo settore verso il primo esattamente controbilanciata da un opposto movimento di capitale costante, e ciò richiede il continuo innalzamento sia di K2 che di s 2 (data la presupposta costanza di ) .

1) , i = 1,2.

29 Hp.: , mentre > 0 (" t);

3) funzioni di investimento (ove > 0 (i = 1,2) è la quota costante di plusvalore consumata dai capitalisti in entrambi i settori).

Essendo per ipotesi K1 e s 1 costanti, dalla 3), riscrivendo tutto per V1 si ricava l’equazione differenziale del primo ordine: , la cui soluzione è data da:

4) , ove p 1= saggio di profitto e (registriamo pertanto un andamento monotonico crescente per l’accumulazione in capitale variabile nel I settore ).

Dalle condizioni di equilibrio di riproduzione (allargata):

5)

si ottiene:

6) , che definisce la "traversa" del nostro sistema economico (l’ultima uguaglianza discendendo dalla funzione di investimento del II settore) in base alla quale:

7) .

Il rispetto della 6) e della 7) garantirà l’espansione equilibrata (in crescita non proporzionale) del sistema fino al limite (teorico) dell’esaurimento del capitale variabile del II settore.

È evidente che l’analisi appena esposta ci dice ben poco su cosa si nasconda dietro le variazioni in valore espresse da queste due ultime condizioni. Si può comunque dimostrare  che il saggio di crescita negativo di V2 sarà determinato dalla continua diminuzione sia di w2 che di l2 e che, inoltre, l’espulsione di forza lavoro dal II settore risulterà più che compensata dall’assorbimento della stessa nel I settore: l’occupazione totale nel sistema economico (l1+l2) sarà quindi crescente .

Può essere degno di nota aggiungere che questo modello ammette un’interessante interpretazione economica. Esso può descrivere la fase di transizione di un sistema in cui un settore si va progressivamente meccanizzando, comportando ciò ingenti incrementi di produttività (in termini marxiani, intensificazione nell’estrazione di plusvalore relativo); questi ultimi, connessi all’espulsione di forza lavoro  (che "migra" verso l’altro settore che presenta una composizione in valore del capitale costante), stanno alla base della progressiva diminuzione del salario (in valore) w2. Il fatto poi che nel I settore il saggio salariale sia costante può essere ricondotto al più elevato potere contrattuale dei lavoratori ivi impiegati – dato il più basso (e costante) rapporto capitale lavoro – ed eventualmente anche ad una differenza qualitativa del lavoro impiegato (tenuto conto che, sostanzialmente, è dal I settore che deriva l’avanzamento tecnologico del sistema).

Tugan-Baranovskij, come abbiamo già avuto modo di accennare, era comunque convinto che nel processo concreto dell’accumulazione capitalistica si verificasse un’effettiva diminuzione del consumo sociale, compatibilmente all’espansione equilibrata del sistema economico (come gli schemi dimostravano), non certamente per la diminuzione costante dei salari reali o per un vincolo produttivo determinato da uno stock di forza lavoro dato, ma per il continuo e progressivo innalzamento della composizione tecnica del capitale, derivante dai processi di meccanizzazione del ciclo produttivo messi in atto al fine di aumentare il saggio di estrazione del plusvalore relativo, tutto ciò comportando la sostituzione (sempre più accelerata) della forza lavoro con i mezzi di produzione. Come si esprimeva l’autore:

la diminuzione relativa del consumo sociale, nonostante la crescita assoluta dei salari, costituisce invero la legge fondamentale dello sviluppo capitalistico. Sinora non ho tenuto conto proprio dell’elemento realmente più essenziale dell’accumulazione capitalistica: la relativa sostituzione della forza lavoro vivente con mezzi di produzione. Il progresso tecnico consiste proprio nel fatto che strumenti morti, macchine ed altri mezzi di produzione morti, entrano nella produzione al posto del lavoratore. Certamente aumenta il numero assoluto dei lavoratori, ma in misura molto maggiore cresce la massa ed il valore dei mezzi di produzione messi in movimento dai lavoratori [...] Si verifica quindi una relativa riduzione del consumo sociale; il valore dei mezzi di consumo, in confronto al valore dei mezzi di produzione, diminuisce (pur aumentando in senso assoluto) .

Questo continuo innalzameno della composizione organica del sistema rappresenterebbe poi l’intima essenza del modo di produzione capitalistico, l’espressione diretta della sua natura antagonistica  per la quale "il lavoratore non è un soggetto, bensì un oggetto di questa economia, come la bestia da soma, i macchinari e la materia prima" , essendo il fine ultimo della produzione non certamente il consumo umano, ma l’accumulazione e la valorizzazione del capitale. Quindi, come avrebbe detto Marx, l’economia capitalistica è e rimane "produzione per la produzione".

5. Il ciclo economico e le sproporzioni

Dal momento che "la caratteristica principale delle crisi economiche è la loro periodicità" , l’analisi che abbiamo esposto andava necessariamente integrata con quella più generale del ciclo economico, ciclo che, nelle parole stesse di Tugan, "può essere considerato come una legge inerente l’economia capitalistica" .

Il passaggio dal gelido e meccanico mondo degli schemi della riproduzione allargata, in cui si era mostrato come la "produzione capitalistica crea da se stessa i suoi sbocchi" , a quello della dinamica delle fluttuazioni industriali, sarebbe stato marcato, come vedremo, da un’inevitabile diminuzione del livello d’astrazione; ciò malgrado i due piani d’analisi, come l’autore ammoniva, dovevano essere considerati organicamente connessi in quanto

se si accetta la teoria delle crisi, si deve anche accettare la sua base logica, la teoria degli sbocchi, per quanto quest’ultima appaia paradossale a chi non penetra che superficialmente nello studio delle leggi che reggono l’economia capitalistica .

L’esplicitazione del ciclo economico compiuta da Tugan-Baranovskij non rappresenta soltanto una risposta alla nota critica secondo la quale "l’anarchia della produzione, che è per sua natura ed essenza un fenomeno irregolare, non può in alcun modo costituire la causa di crisi regolarmente ricorrenti" ; essa è oltretutto il luogo privilegiato in cui è possibile rinvenire alcune tra le intuizioni più feconde dell’autore russo, intuizioni che essendo però presenti soltanto "in potenza" conferiscono all’analisi un’immanente necessità di un ulteriore sviluppo. La trattazione che andiamo adesso sinteticamente ad esporre, nei suoi elementi di problematicità, si configura come un’"apertura" all’interno di una costruzione teorica, quale quella tuganiana, sostanzialmente compatta, apertura che ha comunque il merito di definire le coordinate teoretiche per una corretta e rigorosa analisi della dinamica dell’economia capitalistica.

Mentre i profitti dei capitalisti ed i salari degli operai risentono fortemente della congiuntura economica, altri strati sociali percepiscono redditi (sostanzialmente rendite da proprietà)  "che non sono che molto poco influenzati dalle fasi del ciclo industriale"  e quindi che, non essendo legati ad alcuna branca del sistema economico, si accumulano costantemente, andando a costituire quello che Tugan-Baranovskij definiva capitale-liquido prestabile (capital-argent empruntable) .

Il ruolo giocato da queste scorte liquide è fondamentale in quanto, a fronte di una formazione regolare e continua, la loro conversione in capitale produttivo (capital productif)  avviene soltanto in maniera discontinua:

senza alcun dubbio l’accumulazione del capitale-liquido prestabile deve prodursi con più regolarità che la sua trasformazione in capitale produttivo. Il capitale prestabile s’accumula senza interruzione, non si trasforma in capitale produttivo che a balzi .

Ed è proprio tale discrepanza a fornire la chiave esplicativa per le fluttuazioni industriali.

L’analisi corre come segue.

Durante la stagnazione, il capitale-liquido prestabile (che si accumula, come abbiamo detto, senza sosta), giace di regola inoperoso nelle banche i cui depositi, pertanto, traboccano di liquidità alla ricerca di un impiego produttivo. Il tasso di interesse è basso e così pure il livello generale dei prezzi, data la costante tendenza dell’offerta aggregata a superare la domanda. Tale situazione presenta forti caratteristiche di instabilità: "più i capitali sono numerosi, più la pressione del capitale disponibile verso il collocamento produttivo dovrà essere energica" , pressione che prima o poi, grazie proprio al bassissimo tasso d’interesse ed al progressivo ristabilirsi di aspettative di profitto positive, romperà gli argini, facendo defluire questa enorme massa di liquidità nelle diverse branche della produzione industriale e particolarmente verso i dipartimenti che producono mezzi di produzione . L’attività economica, trainata dagli investimenti in capitale fisso, riacquista così nuovo vigore e vitalità, ed il sistema è proiettato nella fase ascendente del ciclo.

Tale fase è caratterizzata dalla crescita accelerata della domanda, a cui l’offerta aggregata non riesce a tenere il passo, in quanto, come sarebbe stato precisato in un’altra opera, non solo "aumenta la velocità di circolazione della moneta – ma elemento cruciale – cresce sostanzialmente il volume del credito, che rappresenta un potere d’acquisto indipendente, sullo stesso piano della moneta" .

In tal modo, gli aumenti del livello generale dei prezzi e dei corsi delle azioni che così si producono, favoriscono la rincorsa alle speculazioni commerciali e finanziarie, mentre la scalata del saggio d’interesse sta a testimoniare la progressiva diminuzione del capitale-liquido disponibile : tutti questi elementi contengono in sé i germi che condurranno alla crisi economica e quindi alla nuova inversione del ciclo. Come affermava Tugan in un passo fondamentale, "le crisi provengono da questo che, durante la fase di prosperità il consumo di capitale è più rapido della sua formazione" , situazione che dovendo condurre alla lunga all’esaurimento del capitale-liquido disponibile, "produrrà inevitabilmente l’abbassamento dei corsi. È il segno del panico ed il crack arriva subito" . La crisi commerciale e finanziaria precede quindi la crisi industriale vera e propria che si manifesta soltanto quando l’esaurimento del capitale disponibile si trasmette ai diversi dipartimenti industriali sottoforma di impossibilità di attuare nuove decisioni produttive:

così come la crisi finanziaria è provocata dall’esaurimento del capitale prestabile, allo stesso modo la crisi industriale si produce allorché la creazione di un nuovo capitale produttivo finisce .

Questo è il momento in cui l’analisi tuganiana delle sproporzioni, che abbiamo analizzato nei paragrafi precedenti, viene ad integrarsi con quella del ciclo economico.

La natura delle crisi industriali infatti, a parere del nostro autore, resta sempre quella che egli aveva descritto nella "soluzione al problema degli sbocchi", ovvero la crisi è comunque crisi da sproporzione, innescata nel processo dinamico concreto dell’accumulazione capitalistica dalla sovrapproduzione parziale che investe i dipartimenti ove si producono beni-capitale, sovrapproduzione dovuta all’arresto della domanda di investimenti, a causa dell’esaurimento delle scorte liquide disponibili. Quella proporzione tanto duramente ricercata durante le fasi di stagnazione, ed infine raggiunta , viene così inesorabilmente spezzata:

la domanda di tutti i materiali che costituiscono gli elementi del capitale fisso, subisce una riduzione. La distribuzione della produzione cessa di essere proporzionale: le macchine, gli attrezzi, il ferro, le fornaci, il legno da costruzione sono meno domandati di prima, poiché le nuove imprese non sono più così numerose .

Così, attraverso la ben nota reazione a catena che già Marx aveva analizzato nelle Teorie sul plusvalore , la sovrapproduzione diviene generale ed il sistema economico entra nella fase discendente del ciclo: la crisi e poi la stagnazione ricostituiranno nuovamente le condizioni per la successiva ripresa, grazie all’accumulazione ed al riformarsi di capitali liberi prestabili.

Da questa esposizione dell’analisi tuganiana del ciclo economico dovrebbero risultare chiaramente evidenti quegli elementi di problematicità che la caratterizzano (a cui accennavamo all’inizio di questo paragrafo) e che si sostanziano, fondamentalmente, nell’irrisolto legame (quella "intima connessione" nelle parole dell’autore) tra l’analisi delle sproporzioni e quella del ciclo, legame che invece Tugan aveva ribadito più volte nel corso della sua esposizione. Dalla descrizione precedente infatti, si può desumere come le sproporzioni non rappresentino più la causa delle crisi economiche, ovvero l’elemento scatenante di queste, ma al contrario esse siano, ormai, un effetto la cui origine deve essere rinvenuta nell’esaurimento di quello che l’autore definisce capitale-disponibile prestabile.

Tugan-Baranovskij aveva tentato, comunque, in un altro passo che conviene qui riportare, di elaborare una teoria pura delle sproporzioni, prescindendo apparentemente dall’accumulazione (e dal successivo esaurimento) delle scorte liquide:

Ma, ugualmente indipendentemente dalla ripercussione che ha la diminuzione delle nuove imprese sulla domanda delle merci, la produzione sociale, in seguito ad un movimento di prosperità, diviene sempre più sproporzionata (improportionelle), perché le diverse branche della produzione non subiscono comunque la stessa estensione. L’estensione della produzione all’interno delle diverse industrie si produce adesso quasi indipendentemente dalla situazione reale della domanda, unicamente per fini speculativi e sotto l’influenza delle manovre in Borsa. Le industrie che subiscono la più grande estensione sono quelle che offrono il miglior campo alla speculazione. Si arriva così che, alla fine della fase ascendente del ciclo industriale, ogni proporzionalità è difettosa all’interno della ripartizione della produzione sociale e non può essere ristabilita che attraverso la distruzione di una parte del capitale delle branche industriali in cui l’estensione è stata eccessiva .

Ma questa, come abbiamo detto, è soltanto apparentemente una "teoria pura" delle sproporzioni, in quanto anche qui, ad un esame più accurato, si realizza come queste ultime siano un effetto di ben altre cause, e precisamente di manovre speculative commerciali e finanziarie, ed il campo d’indagine in tal modo si stacca definitivamente dal terreno delle sproporzioni per approdare, sostanzialmente, all’analisi della domanda di moneta speculativa.

Se più giustamente, inoltre, il passo appena citato viene inserito nel contesto globale dell’analisi tuganiana, esso acquista una valenza ben diversa, in linea con le nostre considerazioni precedenti. Le manovre in Borsa infatti, possono aver luogo durante la fase ascendente del ciclo proprio grazie all’accumulazione precedentemente avvenuta di capitali liberi, che vengono così consumati: in tal modo, però, si torna alla condizione iniziale, il capitale-liquido prestabile, che resta sempre il fattore fondamentale per la spiegazione della dinamica ciclica dell’economia capitalistica.

Ed infatti, subito dopo, Tugan-Baranovskij così descriveva, in una famosissima metafora, il funzionamento del sistema capitalistico:

il gioco di tutto questo meccanismo può essere paragonato al lavoro di una macchina a vapore. È l’accumulazione del capitale prestabile che svolge il ruolo del vapore dentro il cilindro; quando la pressione del vapore sul pistone raggiunge una certa forza, essa vince la resistenza; il pistone è messo in movimento, va fino all’estremità del cilindro, il vapore fuoriesce ed il pistone torna nella sua posizione primitiva. Il capitale prestabile agisce allo stesso modo sull’industria, quando esso ha raggiunto un certo livello; la mette in movimento, si consuma e l’industria torna alla sua situazione precedente .

In conclusione, possiamo affermare che l’analisi della dinamica ciclica dell’economia capitalistica compiuta da Tugan-Baranovskij presenta un sistema omeodinamico simile ad un oscillatore regolare, le cui alterne fasi sono spiegate dalla discrepanza tra gli investimenti e le scorte liquide di "capitale prestabile", discrepanza che risulta positiva durante i periodi di crescita e di prosperità, negativa durante quelli di crisi e depressione, manifestandosi sottoforma di sproporzione e quindi sovrapproduzione generale nel punto di svolta superiore del ciclo, ove l’attività produttiva si inceppa data l’impossibilità di finanziare ulteriormente il flusso degli investimenti .

È questa discrepanza che va allora privilegiata nello studio delle fluttuazioni economiche, ma ciò inevitabilmente richiede un’accurata analisi delle determinanti degli investimenti: queste considerazioni, che ci riportano alle condizioni di valorizzazione del capitale e quindi al contributo teorico marxiano, ci condurranno, comunque, oltre Tugan-Baranovskij.

6. Conclusioni: meriti e limiti di Tugan-Baranovskij

Come si esprimeva Tugan-Baranovskij, introducendo la sua analisi sulle teorie della crisi, "l’accumulazione del capitale non è minimamente la sostituzione del consumo dell’operaio al consumo del capitalista, per questa ragione semplice che il capitale che si accumula si trasforma non solo in salari, ma ancora in mezzi di produzione, che non sono un oggetto di consumo per alcuna classe sociale" , criticando in tal modo non soltanto la teoria dell’accumulazione di Ricardo, profondamente imbevuta, come sappiamo, dei dettami della "legge di Say", ma anche l’adding-up theory smithiana che identificando il prodotto nazionale netto soltanto con il flusso dei redditi distribuiti (salari profitti e rendite), ne tralasciava la composizione qualitativa, arrivando alla fine ad astrarre dal capitale fisso e circolante.

Il senso della posizione teorica tuganiana è estremamente chiaro: nell’analisi del processo di riproduzione capitalistico bisogna partire, necessariamente, dalla constatazione fondamentale che esistono due diverse categorie di beni: i beni di consumo ed i beni capitale (i mezzi di produzione), che l’indagine teoretica non deve per nessuna ragione sovrapporre o confondere.

Per quanto possa apparire paradossale, proprio questa corretta esplicitazione del reddito nazionale rappresenta il nucleo teorico dell’analisi tuganiana, e quindi il nocciolo duro della sua critica vincente del sottoconsumo.

Se infatti la produzione sociale si scompone in consumi ed investimenti, è di immediata evidenza come un basso livello dei primi non possa causare alcun problema di carenza di domanda effettiva se è bilanciato da un elevato saggio di accumulazione del capitale, in quanto in tal caso

le macchine hanno preso il posto degli operai, i mezzi di produzione hanno rimpiazzato sul mercato gli oggetti di consumo, e pertanto la somma totale della domanda non è modificata .

E questo è quanto avrebbe riconosciuto di lì a poco Lenin, l’altro acuto critico del sottoconsumo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo:

il punto di partenza nell’analisi del capitale sociale e del reddito sociale – o, il che è lo stesso, della realizzazione del prodotto nella società capitalistica – deve essere la distinzione del prodotto sociale in due forme radicalmente diverse: nei mezzi di produzione e nei beni di consumo .

Quindi, come mostravano gli schemi di riproduzione allargata, il livello del consumo sociale non pone alcun vincolo alle possibilità di espansione economica: purché determinate proporzioni intersettoriali vengano rispettate, il sistema può espandersi illimitatamente, senza che intervenga alcuna carenza di domanda aggregata . Questo era quello che intendeva Tugan quando, in un modello multisettoriale, mostrava come la diminuzione assoluta del consumo sociale potesse avvenire senza alcuna perturbazione del processo di riproduzione, attraverso l’espulsione di "lavoro vivo" dal processo produttivo bilanciata da un aumento degli investimenti, e ciò coerentemente alla teoria marxiana della meccanizzazione crescente. Pertanto, come egli si esprimeva,

tutta l’accelerazione dentro il mercato dell’accumulazione del capitale equivale ad una riduzione assoluta del consumo sociale. [...] La domanda di mezzi di produzione, in questo caso, rimpiazza la domanda degli oggetti di consumo .

In tal modo, la rigorosa critica tuganiana permette di comprendere, e questo è certamente uno dei più grandi meriti dell’economista russo, l’aporia principale, l’errore originario che è alla base di tutte le teorie sottoconsumistiche, e che consiste nel considerare tutti i beni, alla fine, come beni di consumo, all’interno dei quali precipitano per scomparire irrimediabilmente gli investimenti (e quindi i mezzi di produzione): la produzione sociale viene così a rappresentarsi, più o meno mediatamente, nella forma esclusiva del consumo sociale. Come affermava Kautsky infatti, "la produzione è e rimane produzione per il consumo umano [...] Come se il consumo di mezzi di produzione fosse qualcosa di diverso dalla produzione di mezzi di consumo" , e Sweezy, allo stesso modo, rimarcava che

anche sotto il capitalismo, nel quale i vari settori acquistano un grado notevole di apparente indipendenza l’uno dall’altro, i mezzi di produzione non sono prodotti se non in vista del loro utilizzo diretto o indiretto, per la produzione dei beni di consumo .

A questo proposito il modello dell’economista americano che abbiamo esposto nella precedente sezione e che rappresenta, come si è detto, un’esplicitazione formale generale delle principali tesi sottoconsumistiche, è estremamente esemplificativo. Attraverso la relazione d’accelerazione si può notare come gli investimenti vengano risucchiati in una sorta di "buco nero": convertendosi immediatamente ed automaticamente in beni di consumo (secondo una proporzione costante), essi si dissolvono, scomparendo totalmente dall’analisi della dinamica del sistema. E non è un caso che tale operazione venisse condotta lavorando su un modello aggregato, in quanto soltanto un tale modello poteva permettere di trascurare il settore producente mezzi di produzione, settore che invece si accumula ed espande nel processo di riproduzione allargata, come gli schemi tuganiani (e marxiani) mostravano. In tal modo nel sistema economico dipinto dai sottoconsumisti, con i mezzi di produzione scompaiono pure le determinanti degli investimenti e quindi le condizioni generali della valorizzazione del capitale: è un mondo in cui i capitalisti investono meccanicamente, ed altrettanto meccanicamente sbagliano, e questo malgrado il fatto che, come faceva notare Georgescu-Roegen, in un tale mondo "i lavoratori occupati non esprimono una loro domanda: essi ricevono e consumano sempre esattamente ciò che è determinato dai capitalisti" .

Se quindi Tugan-Baranovskij aveva mostrato tutti i limiti e le aporie delle teorie del sottoconsumo, attraverso l’analisi delle condizioni di equilibrio di riproduzione allargata che testimoniavano l’ininfluenza del livello del consumo sociale nel processo di accumulazione capitalistica, bisognava spiegare le ragioni dello squilibrio, ed è questo il campo in cui maggiormente si fanno sentire i limiti dell’analisi dell’economista russo, limiti che peraltro sono propri, in generale, di ogni spiegazione delle crisi in termini di difficoltà di realizzo. Conviene riportare una citazione dell’autore:

il capitalismo non possiede alcuna organizzazione che permette di realizzare questa proporzionalità. Da qui sorgono le crisi industriali, di cui noi studieremo la natura nel capitolo seguente. Per il momento è sufficiente sottolineare che l’assenza di una qualsiasi organizzazione in vista della ripartizione proporzionale della produzione gioca nell’economia capitalistica il ruolo di una fascia elastica che pressa costantemente la produzione e le impedisce di dispiegare tutte le sue forze. Da qui nascono le difficoltà contro le quali si scontra lo smercio (l’écoulement) dei prodotti nell’economia capitalistica .

Ma spiegare le crisi con l’anarchia della produzione ovvero con l’ineluttabilità delle sproporzioni significa, parafrasando Marx, "spiegare le crisi con le crisi", in quanto è lo squilibrio che deve essere spiegato e pertanto Tugan-Baranovskij incorre nell’errore analitico di confondere l’effetto con la causa. Per esprimerci in altri termini, tornando così alle considerazioni iniziali del presente saggio, nella spiegazione della rottura della proporzionalità del processo di riproduzione bisogna necessariamente abbandonare l’assunzione tipica di "lungo periodo" secondo la quale "le condizioni per l’accumulazione del capitale sono dunque esattamente identiche a quelle per la sua riproduzione originaria [...] a causa della produzione e riproduzione parallele, procedenti contemporaneamente sull’intera superficie" , ovvero, per comprendere lo squilibrio, bisogna distaccarsi dalla logica degli schemi di riproduzione.

Questo è quanto in effetti Tugan fece, come abbiamo visto, analizzando (ad un minore livello di astrazione) la crisi come una fase di un più generale ciclo economico: qui egli ormai era estremamente lontano, involontariamente, dalla spiegazione dello squilibrio in termini di anarchia della produzione, divenendo le sproporzioni, come abbiamo evidenziato, un effetto della discrepanza tra gli investimenti e le scorte liquide disponibili. D’altra parte, proprio quel supposto meccanismo di conversione automatica di queste ultime nei primi doveva rendere l’analisi incompiuta, impedendo all’autore di concentrarsi correttamente sulle determinanti delle decisioni di spesa dei capitalisti  che rappresentano sempre – come era chiaro in Marx e come avrebbe ribadito in seguito Keynes – l’elemento più instabile della domanda.

Possiamo finalmente volgere ad alcune osservazioni conclusive dopo questo lungo viaggio condotto sulla scia del contributo teorico di Tugan-Baranovskij.

Abbiamo visto che l’individuazione nella sproporzione tra le diverse branche della produzione sociale della causa ultima delle perturbazioni economiche ha reso manifesta, specialmente nell’indagine della dinamica (ciclica) concreta dell’economia capitalistica, la presenza di un nodo irrisolto, che volendo può essere ricondotto all’assenza dell’analisi delle condizioni della valorizzazione del capitale (derivante dall’espunzione quasi totale della teoria del valore marxiana ); tale assenza è del resto una caratteristica connaturata ed intrinseca, più in generale, alla teoria delle "crisi di realizzo", necessariamente confinate alla pura sfera della circolazione delle merci, e segnala l’allontanamento progressivo di questo filone  dall’analisi di Marx, analisi sulla quale, per motivi di spazio, siamo costretti ad essere lapidari.

A nostro parere, malgrado alcuni cenni sparsi e frammentari, non è rintracciabile in Marx alcuna compiuta spiegazione delle crisi economiche in termini di puro realizzo. Alla luce della sua più generale concezione, anzi, sia le sproporzioni che il sottoconsumo si rappresentano come degli effetti dell’interruzione del processo di circolazione, effetti le cui cause vanno comunque ricercate nelle condizioni (conflittuali) che governano il processo di valorizzazione del capitale e quindi nella contrazione (corrente ed attesa) dei saggi di plusvalore e di profitto. È evidente del resto, più in generale, che la possibilità di astrarre da queste condizioni – possibilità che abbiamo rilevato sia nella teoria del sottoconsumo che in quella da sproporzioni – è inevitabilmente connaturata a qualunque visione meccanicista della dinamica capitalistica, in virtù della quale è possibile dimenticare che il capitale è sempre "un dato rapporto di produzione, un dato rapporto sociale".

Tutto ciò non oscura comunque gli enormi meriti di Tugan-Baranovskij che se da una parte si sostanziano nel superamento definitivo del sottoconsumo attraverso l’affermazione dell’esistenza di due fondamentali e diverse categorie di beni, i beni di consumo ed i beni capitale, questi ultimi frutto di decisioni di investimento attuate grazie alla conversione produttiva di scorte liquide accumulate durante le fasi di stagnazione economica, dall’altra si configurano in ciò che non era stato compiutamente esaminato, ma che scaturiva come una necessità immanente, destinata ad ulteriore ed inevitabile sviluppo: l’analisi delle determinanti di spesa dei capitalisti. Tale analisi, come è noto, doveva tornare prepotentemente al centro dell’attenzione negli anni ’30, nel tentativo di riannodare ed investigare quel legame, come abbiamo visto irrisolto in Tugan-Baranovskij, tra accumulazione di scorte liquide, domanda di moneta e funzioni di investimento.

 

Note